domenica, 12 ottobre 2008


In copertina

Il futuro del capitalismo

Il crollo di Wall street non mette in gioco solo la solidità delle banche, ma l'intero sistema capitalistico. è finita l'epoca d'oro del libero mercato e del credito facile. Ne comincia una con più regole e controlli

Gli effetti imprevisti dei mutui a rischio
La crisi colpirà anche l'economia reale. E si profila uno scenario mondiale in cui l'America sarà ridimensionata

Il popolo è sovrano e il mercato non vuole
Campagna presidenziale e crisi finanziaria sono simili: i cittadini devono combattere per avere più democrazia

Socialismo di stato all'americana

È strano definire il piano per salvare Wall street una misura socialista. In realtà è concepito per aiutare i ricchi
sabato, 04 ottobre 2008

Questo sito nasce a seguito di una ricerca sull'AIDS, avviata per approfondire la conoscenza di un argomento che riguarda tutti, dopo aver sentito alcune storie di persone "sieropositive" in piena salute che hanno cominciato a star male nel momento in cui è iniziata la cura con i farmaci antiretrovirali. Si poteva pensare a semplice coincidenza oppure ipotizzare una qualche relazione tra i due eventi: la logica e un po' di sano scetticismo ci hanno spinto verso l’indagine. Abbiamo quindi condotto una ricerca approfondita sull’argomento, e siamo arrivati dove non potevamo immaginare: ciò che credevamo vero da sempre, dal 1984, si è rivelato incoerente ridicolo e criminale; altre posizioni sono affiorate, un mondo di scienziati, medici, giornalisti e politici impegnati in una battaglia contro l’establishment per combattere un mostro che ha arricchito alcuni, ucciso molti, condizionato o terrorizzato tutti.Il quadro che si è delineato nel corso della nostra ricerca è estremamente complesso, gli aspetti clinici e sanitari del problema sono profondamente collegati a quelli sociali economici e politici. Non ci proponiamo quindi, in questo spazio, di fornire un’analisi completa ed esaustiva del fenomeno, ma piuttosto di indicare al lettore una prospettiva diversa, abbozzando gli aspetti principali della storia e fornendo indicazioni per reperire tutte le informazioni necessarie per validare e completare personalmente il quadro.

Premessa

Quando parliamo di AIDS usiamo due concetti basilari: "malato asintomatico" e "sieropositivo". Sono intimamente collegati. Un malato asintomatico è una persona in cui non c'è nessuna evidenza, nessun sintomo, nessun segno della malattia: insomma uno che non è malato se non sulla base di un foglio di carta dove c'è scritto positivo. E anche la sieropositività è basata soltanto sulla stessa parola scritta sullo stesso foglio di carta. E quella parola è solo il risultato di un test. I medici sono stati espropriati della possibilità di fare una diagnosi, non c'è più confronto, non c'è più la possibilità che uno dica si e un altro no. La diagnosi la fa esclusivamente il sistema sanitario/farmaceutico che brevetta, approva e produce i test. E' evidente che il concetto di malato asintomatico sieropositivo è contraddittorio e che tutto l'insieme è estremamente pericoloso: il test decide, al di là di ogni evidenza, se una persona è sana o malata.

 

Il Malato di AIDS

Un soggetto viene classificato malato conclamato di AIDS quando si verificano due condizioni:

  • presenta i sintomi di almeno una delle 29 patologie considerate possibili conseguenze, come Polmonite, Tubercolosi, Linfoma, Diarrea, Herpes Simplex, Sarcoma di Kaposi, Candidiasi, etc..
  • è positivo al test HIV (Human Immunodeficiency Virus).

Se il soggetto è positivo al test ma sta bene viene considerato malato asintomatico. L’eventuale successiva comparsa dei sintomi di cui sopra cambierà la sua classificazione in malato conclamato. Se il soggetto presenta i sintomi di una delle patologie in elenco ma non è positivo al test non è malato di AIDS. L’eventuale successiva risposta positiva al test cambierà la sua classificazione in malato conclamato. Pertanto un malato di polmonite o tubercolosi negativo al test è solo malato di polmonite o tubercolosi. Mentre un malato di polmonite o tubercolosi positivo al test è malato di AIDS. E’ subito evidente che il test HIV ha un ruolo centrale nella diagnosi di AIDS.

Due posizioni a confronto

1. La posizione ufficiale:

  • il virus HIV è la causa dell’AIDS, che è quindi una patologia infettiva.
  • un test individua la presenza degli anticorpi e quindi del virus.
  • il virus può avere un periodo di latenza fino a decine di anni.
  • i sieropositivi (positivi-al-test) si ammaleranno e moriranno
  • i farmaci antiretrovirali (AZT in testa) combattono la diffusione del virus e allungano la vita.
  • alcuni sieropositivi non hanno sintomi perchè il virus è latente
  • anche i sieropositivi asintomatici devono prendere i farmaci quanto prima.

2. La posizione dei dissidenti:

  • il virus HIV non è stato mai isolato, probabilmente neanche esiste, l’AIDS non è causato da un virus e non è quindi una patologia infettiva.
  • l’AIDS è causato da un complesso di fattori (droghe pesanti, superesposizione ad agenti patogeni, farmaci) fortementi presenti in certi stili di vita, che alla lunga distruggono il sistema immunitario.
  • i test HIV non sono specifici e non è chiaro che cosa individuino.
  • la risposta positiva al test non è indice di niente e non giustifica alcuna terapia.
  • i farmaci antiretrovirali sono inutili in quanto non c’è nessun virus da combattere, e soprattutto letali perchè possono portare alla morte in pochi mesi distruggendo in particolare il sistema immunitario.
  • i malati di AIDS devono sospendere l’esposizione ai fattori patogeni, curarsi per le patologie specifiche di cui soffrono, seguire nel contempo terapie di sostegno per consentire al loro sistema immunitario il recupero.
  • i farmaci antiretrovirali hanno trasformato in malati di AIDS individui altrimenti sani che hanno avuto la sfortuna di risultare positivi-al-test.

In altre parole i dissidenti accusano l’establishment sanitario di adottare terapie che:

  • non curano i malati "veri" di AIDS ma anzi ne affrettano o ne causano la morte.
  • portano alla malattia e/o alla morte per AIDS malati "inventati", soggetti sani risultati positivi-al-test.

Il paradigma dell’ortodossia è: HIV = AIDS = MORTE

Il paradigma della dissidenza è: TEST Positivo = CURA = MALATTIA e/o MORTE

Ora questo fenomeno ha interessato ad oggi circa duemilioniottocentomila persone in tutto il mondo (fonte: WER - Weekly Epidemiological Record – OMS - bollettino n. 49 del 7 Dicembre 2001 – Totale malati registrati in tutto il mondo dall’inizio ad oggi: 2.784.317); se è vero quanto sopra allora stiamo forse parlando di uno dei più atroci crimine contro l’umanità dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. Ma non contro l’umanità in genere: quasi esclusivamente contro omosessuali, tossicodipendenti e neri. Un virus altamente selettivo, come nessun altro prima, tanto da potervi vedere uno strumento di pulizia etnica al servizio dell’uomo bianco e puritano.

da www.ilvirusinventato.it

sabato, 20 settembre 2008
liberta_digitaleROMA - Quando parla, in commissione Giustizia, lo ascoltano in quattro. La leghista Lussana che presiede (la Bongiorno è a Brescia per difendere la Forleo), il centrista Rao, la radicale Bernardini, la democratica Concia. La "bomba" di Niccolò Ghedini sulle intercettazioni, raccontata in giuridichese stretto come lui è solito fare, non viene avvertita in tutta la sua distruttiva potenza per il futuro delle indagini, per l'esito dei processi, per le garanzie dei cittadini, per le tasche dei contribuenti. Un fatto è certo: da ieri, il ddl del governo sulle intercettazioni, varato il 3 giugno e firmato dal Guardasigilli Angelino Alfano, non c'è più. Ben altro vuol fare Berlusconi.

Vediamo cosa, con le parole del suo avvocato-consigliere giuridico. Che, con un filo di voce (è quasi afono per via d'una corrente d'aria), ne spiega la strategia: "Il problema è garantire la privacy e bloccare l'uscita delle intercettazioni sui giornali. Per farlo basta ampliare l'ambito di quelle preventive, che non sono mai trascritte e non finiscono nel processo. Per quello si dovranno usare altri strumenti investigativi. Potranno coprire tutti i reati previsti oggi, il pm potrà chiederle al procuratore generale della corte d'appello, non ci sarà più l'iniziativa del ministro dell'Interno". E le altre intercettazioni, quelle che servono per condannare o assolvere l'imputato? Ghedini: "Saranno possibili solo per reati gravi e gravissimi".

Riecco l'idea del Cavaliere, che ne fa un tam tam da mesi. Via la corruzione? Ghedini sfuma: "Ne discuteremo". Quindi, in futuro, i telefoni saranno ascoltati dalla polizia senza il controllo del giudice, e senza che, una volta indagato, il soggetto lo sappia e possa rileggere cosa ha detto. Ghedini: "Sulle attuali intercettazioni preventive nessuno ha mai avuto nulla da ridire, né sono mai uscite sui giornali". Strumento garantista? No, dei servizi segreti e della polizia.

Quando descrivi il progetto al presidente dell'Anm Luca Palamara lui ti chiede basito: "Ma è proprio vero?". Poi acchiappa il codice di procedura penale, le norme di coordinamento, l'articolo 226, lo legge e lo rilegge. Lì si disciplinano "intercettazioni e controlli preventivi sulle comunicazioni". C'è scritto che il ministro dell'Interno, o in sua vece 007 e polizie, possono chiedere al procuratore un ascolto qualora siano "emerse esigenze di prevenzione" per reati come mafia e terrorismo. Solo per quelli. Al sì del magistrato, gli ascolti durano 40 giorni, possono essere rinnovati per altri 20 e così via se l'allarme continua. Ma, si noti bene: "In ogni caso gli elementi acquisiti attraverso le attività preventive non possono essere utilizzati nel procedimento penale, fatti salvi i fini investigativi". Delle conversazioni, "immediatamente distrutte" resta solo un "verbale sintetico".

Dice Palamara: "È inaccettabile. Se si va avanti su questa strada le indagini sfuggiranno del tutto di mano al giudice. Ci sarà un grave abbassamento delle garanzie. Si rischierà di scivolare verso uno stato di polizia". Stroncatura pesante e ragionata. "Accostare le intercettazioni legali a quelle preventive è pericoloso perché esse sono estranee al processo penale in quanto prive di ogni valore ai fini processuali. Tutto quello che sarà ascoltato non potrà essere usato come mezzo di prova". Il presidente dell'Anm vede contraddizioni e intuisce un progetto che non gli piace affatto: "Prima parlano di troppe intercettazioni e troppo care. Poi ne ipotizzano altrettante, ugualmente costose, per giunta inutili per condannare qualcuno. Un doppio spreco e senza garanzie per chi finisce sotto controllo. Se poi il pm perde pure il controllo sulla polizia giudiziaria il cerchio si chiude definitivamente". Disegno chiaro: polizia sganciata dal pm, polizia con pieni poteri sulle intercettazioni, polizia dipendente dal Viminale, indagini di fatto sotto il controllo dell'esecutivo. Magistratura fatta fuori. Addio reati "scomodi".

Neppure Antonio Di Pietro vuole crederci. Gli pare "troppo" pure per Berlusconi. "Sarà una proposta estemporanea. Se fosse vera avrebbe grossi problemi costituzionali. Solo nelle dittature si può intercettare senza controllo. Sarebbe un'ipotesi troppo restrittiva per il pm, perché riduce l'area degli ascolti consentiti e utilizzabili nel processo, e troppo estensiva, perché amplia a dismisura quelle preventive. Davvero pensano che se nei testi ci fosse la prova d'un omicidio o d'una corruzione dovrei buttare via tutto?". Sì, proprio così, per Ghedini e il premier i processi non si devono più fare con le intercettazioni. Le farà la polizia in segreto, relazionerà al pm "se" lo ritiene opportuno. Tanto poi si ricomincia daccapo con altri mezzi di prova.
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categoria:politica, interni, mafia, giustizia, sicurezza, informazione, censura, giornali, governo
lunedì, 15 settembre 2008
Parte 1 Parte 2

Parte 3 Parte 4

Parte 5

sabato, 13 settembre 2008

lapr_13872464_04350 ignaziosalvo Daniele De Rossi, il formidabile centro-campista della Roma, ha dedicato i due gol segnati alla Georgia al suocero, Massimo Pisnoli, un pregiudicato della malavita romana ucciso in un regolamento di conti.

E’ abbastanza evidente che De Rossi avrebbe fatto meglio a mantenere privato il suo lutto ma la SAP, un sindacato di Polizia, non ha perso tempo a bacchettarlo sonoramente ricordandogli di dovere essere un esempio per milioni di giovani.

Bene, o insomma, abbastanza bene, ma allora perché, lo denuncia oggi l’edizione palermitana di Repubblica, in una parrocchia bene di Palermo si espongono targhe in memoria del mafioso Ignazio Salvo, pure lui ammazzato in un regolamento di conti?

E ciò per non ricordare il boss della banda della Magliana Enrico de Pedis fatto seppellire nella Basilica di Sant’Apollinare a Roma o il capo del governo Silvio Berlusconi che definì il mafioso Vittorio Mangano un eroe.

Allora, forse Daniele de Rossi non ha dato il buon esempio, ma da chi doveva avere il buon esempio Daniele de Rossi?

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categoria:politica, mafia, religione, informazione
giovedì, 04 settembre 2008

Metti alla prova il tuo fiuto investigativo e scopri il volto di alcuni affiliati alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.

Nel 1981 nella casa dell'allora venerabile maestro, venne infatti scoperta una lista di iscritti alla loggia.

Tra di loro anche molti insospettabili.

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categoria:politica, mafia, giochi flash
lunedì, 25 agosto 2008
Roma. Continue infiltrazioni di Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta si registrano nel Lazio da più di vent’anni. Lo provano le indagini delle forze dell’ordine ed i processi della magistratura. Ma sindaci e giunte preferiscono nascondere questo scenario imbarazzante e ribadiscono falsamente che la mafia qui non esiste. L’Espresso ha deciso di rompere il silenzio della politica e lo fa occupandosi della “Circeo Connection” a firma del giornalista Paolo Biondani. Da Sabaudia al Circeo, da Sperlonga a Gaeta, scrive il settimanale, tutta la costa laziale è in mano alla mafia che gestisce ristoranti, bar, società turistiche, agricoltura ed edilizia. I boss avrebbero stretto alleanze con politici ed imprenditori insospettabili. A Latina i carabinieri stanno da mesi indagando su traffici di droga, storie di usura, bombe incendiarie, riciclaggio di denaro sporco. A San Felice di Circeo, secondo quanto segnala L’Espresso, il caso emblematico dell’infiltrazione delle cosche nell’economia del territorio sarebbe rappresentato dalla “Bussola”, ristorante-bar-discoteca affacciato sulla spiaggia. Il vero proprietario sarebbe un uomo di origine siriana, Hassan Bouzan, chiamato “l’Egiziano”, che in Italia avrebbe accumulato una considerevole ricchezza imparentandosi con il più potente clan di Rosarno. L’Egiziano gestisce un’intera catena di night, ristoranti e locali come il “bar Trieste di Terracina”. I suoi parenti acquisiti sono due pregiudicati e sorvegliati speciali: Aldo Trani e Carmelo Tripodo. Quest’ultimo, calabrese, nell’Agro pontino ha il controllo di ditte di prim’ordine come la Economica Traslochi e, sostengono gli inquirenti, sta <<minacciando i concorrenti per acquisire il monopolio dei trasporti>>. La magistratura ha avviato un’inchiesta su cui vige il massimo riserbo. Sono stati solo resi noti gli atti relativi all’arresto di 4 imprenditori di Fondi, sede del Mof uno dei principali mercati ortofrutticoli del Centro-sud. <<A selezionare chi può lavorare al Mof, secondo le indagini – annota L’Espresso - è la mafia. Attraverso uno specifico sotto-clan, aperto anche ai politici>>. Sono finiti sotto indagine per associazione mafiosa un consigliere regionale di Forza Italia e presidente del consiglio comunale di Minturno, Romolo Del Balzo, e l’ex assessore ai Lavori pubblici di Fondi Riccardo Izzi, membro di una delle famiglie più ricche della provincia. Il Gruppo Izzi gestisce 94 supermercati tra Campania e Lazio. L’accusa, rappresentata dal pm Diana De Martino e dal procuratore aggiunto Italo Ormanni, parla di un cartello affaristico-elettorale fra tre clan: boss della riviera imparentati con la mafia calabrese, una cosca dedita all’usura con contatti con la camorra casertana e il sotto-clan formato dai politici che per ottenere voti ed altri favori intercedono per gli uni e per gli altri. <<I politici Izzi e Del Balzo – scrivono De Martino e Ormanni – si sono associati allo scopo di favorire un’associazione di stampo camorristico attraverso un continuo e costante scambio di favori>> e poi <<Izzi e Del Balzo sono al centro di una vasta rete clientelare finalizzata a pilotare assunzioni, speculazioni edilizie, appalti e finanziamenti pubblici nell’interesse dei clan mafiosi>>. Una rete mafiosa opera a Fondi, Terracina, San Felice Circeo, Fornia e Gaeta.

Il 9 gennaio scorso Riccardo Izzi, 33 anni, all’epoca assessore di F.I. a Fondi, ha spiegato ai magistrati i retroscena dei suoi affari con Massimo Di Fazio, immobiliarista arrestato il mese dopo perché usuraio per conto dei casalesi. <<Nel 2006 Di Fazio – ha spiegato Izzi – mi disse che il padrino di suo figlio, che è di Casal di Principe, gli aveva chiesto un intervento per un detenuto. Mi diedero 5 mila euro per trovargli una lettera di assunzione e far figurare la sua convivente residente a Fondi. Il titolare della ditta E. si rese disponibile, ma i carabinieri gli dissero che quel detenuto era un pericoloso camorrista detto “Bruce Lee” per la sua ferocia. E Di Fazio mi fece restituire 3 mila euro al padrino, che considerava il suo referente nella camorra>>.

 da www.antimafiaduemila.com


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categoria:economia, mafia, informazione
sabato, 28 giugno 2008
IL CREPUSCOLO DEL DIRITTO


ESISTE una vera e propria vocazione del nostro tempo a vivere senza il diritto. Salvatore Satta, uno dei più grandi giuristi del Novecento italiano, lo scriveva nel novembre del '54, in un ciclo di discorsi poi confluiti nel saggio filosofico "Il mistero del processo". Viene da chiedersi cosa scriverebbe oggi di fronte al Lodo Alfano, col quale Silvio Berlusconi, da quell'insondabile "ossessione processuale" che lo insegue ormai da quindici anni, si sta per sottrarre per sempre.

L'approvazione in Consiglio dei ministri del disegno di legge che sospende i processi a beneficio delle quattro alte cariche dello Stato, per l'ennesima volta, marchia questa legislatura con il fuoco della personalizzazione della norma giuridica e della privatizzazione della cosa pubblica. Poteva essere una legislatura costituente, diventa una legislatura destabilizzante. Qui non c'entrano toghe rosse e pm mozza-orecchi, congiure giacobine e rivoluzioni giustizialiste. È l'improvvisa, convulsa manomissione delle regole messa in atto dal Cavaliere nel giro di due settimane, che dovrebbe far gridare allo scandalo chi ha ancora a cuore la qualità della democrazia, la difesa dei valori repubblicani, la tutela dei principi liberali.

Prima l'emendamento sulla sospensione dei processi, infilato surrettiziamente in un decreto legge in materia di sicurezza. Uno schiaffo multiplo: alle competenze del Capo dello Stato, alle esigenze dei cittadini. Ora il Lodo Alfano. Non è una "legge vergogna" in sé. Ma lo diventa per la genesi delle ragioni con le quali è stata congegnata, e per l'eterogenesi dei fini con la quale è stata approvata. È nata per evitare al presidente del Consiglio di sottoporsi alle ultime tre udienze, e poi alla sentenza, nel processo sul caso Mills, che lo vede imputato per corruzione in tatti giudiziari. È stata spacciata come una norma di "civiltà giuridica", uguale a quella che esiste in altri Paesi europei.

Il merito di questi provvedimenti è discutibile. Il Lodo Alfano è così ambiguo che, al comma 6, non chiarisce in modo netto se l'immunità assicurata al Berlusconi presidente del Consiglio possa "traslare", in corso di legislatura, anche all'ipotesi in cui lui stesso diventi nel frattempo presidente della Repubblica. Ma è soprattutto il metodo che è inaccettabile. Queste non sono misure di economia processuale o di garanzia costituzionale, che il governo in carica approva per venire incontro ai bisogni della collettività. Sono puri e semplici "salvacondotti" individuali, che un premier inquisito introduce a forza nell'ordinamento, per risolvere qui ed ora i suoi problemi.

Nell'irresponsabile corto-circuito tra i poteri dello Stato, con l'esecutivo che usa il legislativo per domare il giudiziario, l'intero corso della vicenda pubblica assume una piega radicalmente diversa. Questo chiama in causa tutti gli attori della scena istituzionale, politica e sociale. Non si tratta di urlare forte ma invano al "fascismo", o di rifugiarsi nel rito rassicurante ma sterile del "girotondismo". Ognuno è chiamato ad esercitare fino in fondo il proprio compito, con realismo e senso di responsabilità. Ma anche con il rispetto doveroso del proprio ruolo, e con la forza necessaria delle proprie convinzioni, maggioritarie o minoritarie che siano.

Nelle istituzioni, il presidente della Repubblica e la Consulta sapranno usare tutta la saggezza, ma anche tutta la fermezza che serve a fronteggiare questi tentativi di ripiegare la vita nazionale su una biografia personale. La Costituzione gli attribuisce quanto basta, per non affidare la tenuta delle regole democratiche solo ai "messaggi in bottiglia" della moral suasion. Nella politica, l'opposizione ha il dovere di battersi fin dai prossimi giorni, in Parlamento, con parole nette e con proposte chiare. Senza improvvisare Aventini inutili o promettere "autunni caldi" improbabili. E soprattutto senza farsi paralizzare, attonita e inconcludente, di fronte al "totem" del dialogo, che ormai rischia di diventare una forma impropria di "ideologia della legislatura".

Il dialogo può essere un utile metodo di governo. Ma ha senso se precipita su un merito, su un oggetto concreto, di volta in volta sviscerato, riveduto, condiviso. Se Berlusconi continua a bastonare il Pd a colpi di Lodo Alfano, ed è lui stesso a dire "con loro non dialogo più perché rappresentano un'opposizione giustizialista", non ha molto senso che Veltroni continui a ribattere che a questo punto "il dialogo è compromesso". Il dialogo su cosa? Il dialogo con chi? Sulla giustizia, se le basi sono queste, molto più semplicemente il dialogo non c'è e non ci può essere. C'è lo scontro aperto, nelle sedi in cui questo è previsto, cioè le aule di Camera e Senato. Se poi tra un mese si avvia un confronto sul federalismo, o si apre un tavolo sulla legge elettorale, allora si valuta il da farsi. Ma intanto questo è lo stato dell'arte.

Quello che stupisce, e che a tratti inquieta, è che dopo la "rivoluzione light" del 13 aprile, e di fronte al vento del mutato Zeitgeist che gonfia le vele del Cavaliere, ci siano tanti, troppi benpensanti disposti a rinunciare alla difesa delle proprie idee. Per il puro e semplice timore di sentirsi fuori dal senso comune prevalente, esclusi dalla nuova "egemonia culturale" dominante. Il fatto oggettivo che "tanto ha già vinto tre volte le elezioni e può rivincerle anche la quarta", non è una ragione valida per turarsi il naso e dire sì al salvacondotto al Cavaliere. Per accodarsi e subire passivamente la lezione quasi eversiva di Giuliano Ferrara, che sul Foglio titola "nessuno lo può giudicare" e attacca "il corteo vociante dei giustizialisti", che avranno pure dalla loro "i commi e i codicilli", ma "hanno perso l'autorità civile per giudicare in nome del popolo italiano chi da quel popolo è stato eletto democraticamente".
L'alba nascente di questo "nuovo potere", autoritario e avvolgente, populista e popolare, non può coincidere con il lento crepuscolo del diritto. Piaccia o no ai sovrani di turno, una democrazia vive anche di quei commi e di quei codicilli.

di MASSIMO GIANNINI

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giovedì, 19 giugno 2008
ROMA - Saranno ricontrollate le 24.500 schede elettorali che hanno consentito le elezioni del senatore del Pdl Nicola Paolo Di Girolamo, nel collegio Europa della circoscrizione estero, durante le scorse consultazioni politiche. Ma presto l'inchiesta sui presunti brogli elettorali potrebbe coinvolgere altri esponenti politici.

Sono le prossime mosse della Procura di Roma che, la scorsa settimana, ha sollecitato gli arresti domiciliari nei confronti dell'esponente oggi seduto tra i banchi dei senatori del premier Berlusconi. Una richiesta accolta dal gip Luisanna Figliolia che ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare contestando i reati di falso e attentato ai diritti politici dei cittadini. In serata il senatore è stato interrogato per tre ore in Procura.

In particolare Di Girolamo è accusato non solo di aver ingannato gli elettori dichiarando falsamente di risiedere all'estero ma soprattutto di aver fatto votare la sua scheda elettorale da un'altra persona. La richiesta di arresto è ora all'attenzione della Giunta per l'autorizzazione a procedere di Palazzo Madama che domani dovrebbe ascoltare il senatore finito sotto inchiesta. In base alla ricostruzione del procuratore aggiunto Capaldo e del pm Bombardieri, Di Girolamo non avrebbe avuto i requisiti per poter essere eletto nel collegio Europa e per diventare senatore avrebbe dichiarato falsamente di risiedere in Belgio.

Dalle verifiche svolte è risultato che il numero civico dell'indirizzo riferito non apparteneva al comune indicato (Etterbeek), bensì a quello di Woluwe Saint Pierre. Soltanto l'8 maggio, ad elezioni fatte, il senatore avrebbe richiesto la residenza. E' di metà febbraio, invece, la sua iscrizione all'Aire, il registro degli italiani residenti all'estero esistente presso ogni comune, necessaria per poter votare e per essere candidati. Per gli inquirenti, appare anomalo che Di Girolamo, avvocato, che non avrebbe mai risieduto all'estero nè svolto alcun tipo di attività (neppure politica) in Belgio, dove non sarebbe conosciuto, abbia preso 24.500 voti. Di Girolamo avrebbe inviato oltre un milione e 700mila lettere per raggiungere gli elettori.

La vicenda è al centro anche dell'esposto depositato in procura da Raffaele Fantetti, il primo dei non eletti al Senato nel collegio Europa della circoscrizione estero, residente a Londra. Intanto l'avvocato Carlo Taormina, difensore del senatore del Pdl, ha presentato istanza di riesame al tribunale delle libertà per chiedere l'annullamento dell'ordinanza di custodia cautelare. Ma la richiesta d'arresto non sembra affatto preoccupare il senatore Di Girolamo che ha commentato: "Sono sereno. Le opportune e necessarie dichiarazioni davanti alla giunta del senato a cui ho chiesto di essere ascoltato".

Interrogatorio in Procura. In serata il senatore è stato interrogato per circa tre ore dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Giovanni Bombardieri. Il parlamentare è assistito dagli avvocati Carlo Taormina e Pierpaolo Dell'Anno.

di Marino Bisso

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mercoledì, 18 giugno 2008
ROMA - I senatori del Pd e dell'Idv lasciano l'aula prima del voto all'emendamento "sospendi processi" presentato dai relatori al decreto sicurezza. Tra i banchi dell'opposizione restano solo i senatori dell'Udc e Radicali che scelgono di votare contro. Perchè resti agli atti. Senza nessuna suspence quindi l'assemblea di Palazzo Madama approva l'emendamento che sospende tutti i processi per reati commessi fino al 30 giugno 2002, tra cui quello in cui il premier è imputato a Milano per corruzione in atti giudiziari.

"Questa norma aggraverà il lavoro in tutti i tribunali italiani" ha detto nel suo intervento Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd invitando i suoi senatori ad uscire dall'aula. Peccato, ha aggiunto, perchè "Berlusconi ha perso un'occasione davvero unica: quella di creare in Italia un nuovo bipolarismo. Forse riuscirà ad evitare questa sentenza, che sarebbe stata peraltro di primo grado - ha sottolineato Finocchiaro - proprio grazie a queste norme che ora state votando, ma ha senz'altro perso una grande occasione di rinnovamento dell'Italia. Stiamo assistendo a un film già visto e non è questa la politica che avremmo voluto vedere".

"Se voi state dentro o fuori dall'aula per noi cambia poco tanto cambieremo questo Paese alla faccia vostra" ha voluto precisare in un suo intervento Federico Bricolo, capogruppo della Lega Nord. In aula tra i banchi dell'opposizione restano solo i senatori radicali ("E' una pagina buia della storia della Repubblica e voglio stare qui per votare contro e ricordarla" ha detto Emma Bonino) e dell'Udc.

Anche oggi, dopo ieri, una giornata di grande tensione. La seduta inizia con la richiesta del Pd di rinviare in Commissione gli emendamenti sospendi-processi. Richiesta bocciata dal presidente dell'aula Renato Schifani perchè "la conferenza dei capigruppo ha deciso che la votazione di tutti gli emendamenti deve finire entro stasera". Questione di tempi, quindi, non certo di merito.

Poi prende la parola Filippo Berselli, uno dei relatori del decreto sicurezza e autore con Carlo Vizzini degli emendamenti contestati. "Bloccando quei vecchi processi per reati non gravi - spiega - diamo priorità a quelli per reati più gravi agendo così nell'interesse della collettività". Dai banchi dell'opposizione arrivano urla e fragorose critiche. "Non è una norma ad personam" dirà più tardi Roberto Cota capogruppo della Lega alla Camera. Anzi "si tratta di una misura richiesta da molti magistrati, primo tra tutti Maddalena di Torino, e necessaria dopo l'approvazione dell'indulto per riorganizzare gli uffici giudiziari".

Ci pensa il senatore dell'Idv Luigi Li Gotti, ex sottosegretario alla Giustizia, a spiegare in aula perchè invece si tratta di un "decreto schizofrenico". "Con l' emendamento salva-premier il decreto risulterebbe incongruo proprio per quei reati che la maggioranza dei senatori ha scelto di inasprire quanto alle pene. Per esempio - aggiunge - sono state aggravate le pene per il reato di omicidio colposo e con un'altra norma si sospendono i processi per omicidio colposo, non è schizofrenico questo?".

Se per il Pd Berlusconi ha messo "un macigno sul dialogo" e ha perso "l'occasione per essere uno statista", l'Italia dei valori pensa alle piazze. Di Pietro raggiunge addirittura palazzo Madama per dare sostegno ai suoi senatori "in un momento così delicato per lo stato di diritto": "L'emendamento congela-processi non c'entra nulla con la difesa della sicurezza. Cosa c'è di più pericoloso di un premier accusato di corruzione in atti giudiziari?". Massimo Donadi, capogruppo alla Camera, non esclude girotondi in piazza.

Stamani è stato approvato l'emendamento che dà il via libera all'utilizzo delle forze armate nella città. Lo stato spenderà 31,2 milioni di euro sia nel 2008 sia nel 2009. In totale 62,4 milioni di euro in due anni. I fondi per finanziare l'impiego dei militari in servizio di pattugliamento saranno presi ai ministeri dell'Economia e delle Finanze, della Giustizia e degli Esteri. Vistosa l'assenza del Viminale.

da www.repubblica.it
 
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