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Registrazioni fatte da Patrizia D'Addario di alcune conversazioni e telefonate tra lei e Silvio Berlusconi e Gianpaolo Tarantini pubblicate dal settimanale L'Espresso.
Dicono che quel terremoto permise di costruire il potere di una nuova classe politica, garantendo carriere e fondi grazie alle tangenti della ricostruzione. Dicono che grazie agli oltre tremila morti provocati dalla scossa che il 23 novembre 1980 devastò Campania e Basilicata aprendo ferite sociali e urbanistiche mai risanate una nuova leva di uomini di partito si arricchì. Dicono che tutto venne deciso in base a mazzette e quote di partito, perchè non ci sarà mai una sentenza. Ventinove anni dopo quel sisma terribile, politici e imprenditori sono stati tutti assolti. E questo non perchè la corte li ha riconosciuti innocenti, accogliendo la loro difesa. No, l'assoluzione è scattata per prescrizione: è passato troppo tempo per giudicarli. Un colpo di spugna che segna ancora una volta la drammatica incapacità di assicurare giustizia, garantendo assoluzioni o condanne in tempi umani. Nella lista degli imputati per corruzione c'erano tra gli altri gli ex ministri Paolo Cirino Pomicino, Franco De Lorenzo e Enzo Scotti, attuale sottosegretario agli Esteri del governo Berlusconi; gli imprenditori Eugenio Buontempo e Corrado Ferlaino, patron del Napoli di Maradona. Ma la Corte d'Appello ha potuto solo ribadire quanto deciso dal tribunale sette anni fa: tutti prescritti. Unica eccezione, l'ex presidente della Regione Antonio Fantini condannato a 34 mesi di reclusione. Ma anche questa sentenza non avrà effetti concreti e Fantini ha annunciato il ricorso per dimostrare la sua innocenza. La prescrizione, anche per lui, arriverà prima della giustizia.
Durante la conferenza stampa sul discutissimo scudo fiscale, l'On. Tremonti a microfono aperto, si lascia scappare un insulto al giornalista che gli aveva posto la domanda
ROMA — Craxi? «Interpretò meglio di ogni altro uomo politico come la società italiana stava cambiando». La sua politica estera? «Fu grande. Ci fu l’episodio di Sigonella ma anche la scelta di tenere l’Italia nella sfera occidentale, senza intaccare autonomia e dignità del Paese». Parole di Walter Veltroni (dirigente per trent’anni di Pci, Pds, Ds, ex segretario pd) davanti a Stefania Craxi, la figlia del leader socialista che fu capo del governo dall’83 all’87. Occasione, il libro di Stefano Rolando, Una voce poco fa. Politica, comunicazione e media nella vicenda del Psi dal 1976 al 1994.
Veltroni, asciutto e disteso, in attesa dell’uscita a fine agosto del suo nuovo romanzo, effettua, nella Sala della Mercede della Camera, un altro strappo con il suo passato. Ricorda che Craxi aveva di fronte due grandi partiti, uno sempre al governo — la Dc — e uno sempre all’opposizione — il Pci — in un sistema che stava bene a entrambi: massimo di stabilità e massimo del debito pubblico: «Craxi decise che bisognava cambiare gioco, porre la sinistra di fronte al problema di una nuova leadership ». Il Pci, intanto, si trascinava quella grande macchia, il 1956, l’invasione dell’Ungheria: «Ho riletto i verbali delle riunioni del partito, fanno accapponare la pelle». Craxi nel ritratto tutte luci e niente ombre che ne fa Veltroni, disegna un partito diverso, rispetto ai modelli del Novecento, Pci e Forza Italia, «un partito fluido, moderno, capace di raccogliere anche ciò che non è omogeneo a sé, ma che si unisce attorno a determinate idee». E sembra che rievochi il suo Pd.
Craxi innovava ma, negli stessi anni, anche Berlinguer trasformava il Pci. Con uno sforzo, dice Veltroni, già giovane collaboratore di Berlinguer, «non sufficiente al processo che bisognava mettere in campo. Il Pci soffriva l’innovazione come tale». Eppure Berlinguer non era certo un conservatore: «Sono tra quelli — dice Veltroni — che pensano che l’Unione sovietica abbia fatto di tutto, ma proprio di tutto, per togliere di mezzo Berlinguer...».
La platea è piena di socialisti di un tempo. Antonio Ghirelli, già portavoce di Pertini. Gennaro Acquaviva, che fu trait d’union fra socialisti e cattolici. Luigi Covatta, sottosegretario di Craxi. Enrico Mentana, prima tessera Psi nel 1974, a 19 anni. Ma spuntano anche l’ex ministro Francesco De Lorenzo, come Craxi coinvolto in Tangentopoli e Gustavo Selva. Nella ricostruzione di Veltroni un’ombra, per la verità, c’è e riguarda l’ultima fase del craxismo: «Referendum 1991, sulla riforma elettorale: Craxi anziché dire 'andate al mare', avrebbe dovuto usare quella leva per promuovere il bipolarismo. E la riforma sarebbe potuta avvenire solo con una leadership riformista e non con una post-comunista». Era Craxi, insomma, il capo naturale a sinistra.
Nella memoria di Veltroni c’è anche spazio per un ricordo che lo accomuna al leader socialista. «Nel ’96 io dissi: 'Un giorno o l’altro si dovrà arrivare a un’Internazionale né comunista né socialista, ma democratica. Nel mio campo, un’affermazione difficile da fare. Ma era lo stesso concetto che esprimeva Craxi. Oggi è naturale per tutti pensare che Obama e il partito indiano del Congresso stiano assieme nel medesimo organismo mondiale».
Stefania Craxi dice che è «felice di sentire Walter parlare così». Ma non è indulgente come Walter. Afferma che il Psi di Craxi cadde anche per mano dei grandi giornali di proprietà dei «poteri forti», Fiat e De Benedetti, in disaccordo con Confindustria sul decreto che tagliava la scala mobile: «Quei grandi giornali si portarono dietro altri giornali, come l’Unità , diretta all’epoca da Veltroni, qui presente...» .
La marcetta comincia così: «Silvio forever sarà, Silvio realtà, Silvio per sempre, Silvio fiducia ci dà, Silvio per noi, futuro e presente». Poi c’è il coro: «Nobile e giusto, tu piaci per questo…». Seconda strofa: «Silvio è il carisma che ha, il leader che sa, la genialità… perché Silvio forever sarà». L’ha scritta Loriana Lana, paroliera personale del premier, con cui ha messo giù le rime della hit di Apicella Tempo di Rumba. Le piacerebbe potesse diventare l’inno dei Giovani del Pdl. «Alcuni ragazzi erano dispiaciuti perché ai convegni non avevano mai una loro canzone da cantare», racconta la bionda Loriana, romana, che nel curriculum non dice l’età ma mette in cima la parentela con «Giggi Zanazzo, poeta dialettale collega di Belli e Trilussa».
L'IMPRIMATUR DEL DIRETTO INTERESSATO - Così è nata Silvio Forever che non è ancora stata incisa ma ha già avuto l’imprimatur dell’interessato: «Al Presidente l’ho fatta sentire, gli è piaciuta, si è divertito», spiega la Lana, collaboratrice di Fonopoli per Renato Zero, autrice tra l’altro di sigle tv nonché di testi per Bacalov e Morricone, nonché di altri brani del prossimo cd del duo Apicella/Berlusconi e di un libro di poesie brevi Sms diVersi con prefazione del Cavaliere. Un’anticipazione dell’inno si trova già su YouTube. Ce l’hanno messa gli organizzatori del comitato «Silvio Berlusconi Nobel», fondato il 30 aprile 2009, che sponsorizza la candidatura del nostro al premio per la Pace 2010. Motivazione: un uomo che ha saputo coniugare, con la sua vita, le sue opere ed azioni, il pensiero liberale di Milton Friedman, l’umanesimo economico di Wilhelm Roepke, l’aspirazione di Muhammad Yunus a creare un sistema capitalista inclusivo e non esclusivo.
IMMAGINI FESTOSE - Le note accompagnano un filmato di immagini festose del G8, Berlusconi con Obama e gli altri Grandi. «Presto sarà possibile scaricarla sul cellulare come suoneria», anticipa la compositrice, indicata come «testimonial d’eccezione». E che ha subito raccolto un secondo incarico: «Mi hanno chiesto l’inno anche per il Comitato per il Nobel a Berlusconi, comincerò a lavorarci nei prossimi giorni».
PECHINO - La rabbia dei cinesi han è esplosa oggi a Urumqi, la capitale della regione del Xinjiang
sconvolta dalla violenza etnica, costringendo le autorità locali a imporre il coprifuoco dalle 21 locali di oggi (le 15 in Italia) alle 8 locali di domani mattina. Domenica scorsa Urumqi è stata teatro di violenti scontri tra manifestanti della minoranza musulmana degli uighuri e forze di sicurezza. In seguito giovani uighuri hanno attaccato gli immigrati cinesi e danneggiato i loro negozi. Nelle violenze hanno perso la vita 156 persone.
Oggi centinaia di persone si sono radunate nel centro della città, alcune brandendo bastoni e tubi di metallo e hanno cercato di sfondare lo sbarramento delle forze di sicurezza, che hanno faticato a trattenerli. Alcuni giovani hanno gridato "attacchiamo gli uighuri" e hanno lanciato pietre contro i poliziotti. Assembramenti si sono prodotti in varie parti della città, mettendo a tratti in difficoltà il massiccio schieramento di sicurezza. La folla è stata dispersa dalla polizia con un largo uso di gas lacrimogeni. In precedenza erano stati circa 300 uighuri, in buona parte donne, a dare vita ad alcuni tafferugli con gli agenti di polizia. Interrompendo la visita di un gruppo di giornalisti organizzata dal governo cinese, gli uighuri hanno denunciato gli arresti dei giorni scorsi che, secondo l'agenzia Nuova Cina, sono stati 1.434.
Una manifestazione di alcune centinaia di persone è stata dispersa ieri sera dalla polizia a Kashgar, la capitale culturale degli uighuri nell'ovest del Xinjiang. I manifestanti si erano riuniti davanti all'antica moschea di Id Kah. Non risulta che si siano verificate violenze. Testimoni affermano che posti di blocco sono stati istituiti lungo la strada che dal centro della città conduce all'aeroporto.
ATTACCATE SEDI DIPLOMATICHE DI PECHINO ALL'ESTERO - Rappresentanze diplomatiche della Cina in Olanda e a Monaco, in Germania, sono state attaccate a colpi di pietre e cocktail molotov da attivisti filo-uighuri. Lo ha detto oggi il portavoce del ministero degli esteri cinese, Qin Gang, in una conferenza stampa a Pechino. Il portavoce ha precisato che il governo cinese ha "manifestato il proprio disappunto" alle autorità dei due Paesi.
Le manifestazioni di protesta degli uighuri, la minoranza musulmana che vive nel nordovest della Cina, sono proseguite ieri e oggi dopo il massacro di domenica sera, nel quale 156 persone sono state uccise ad Urumqi, capitale della regione del Xinjiang. Stamattina centinaia di persone hanno protestato contro le retate effettuate dalla polizia cinese e hanno chiesto notizie dei loro congiunti. L'agenzia Nuova Cina ha scritto che 1.434 persone sono arrestate e che la polizia "ha cominciato a interrogarle".
La manifestazione si è svolta davanti a un gruppo di giornalisti stranieri che partecipava a un viaggio organizzato dal governo cinese. Non si sono verificati incidenti. Un'analoga dimostrazione è stata dispersa dalla polizia ieri sera a Kashgar, la capitale culturale degli uighuri nell'ovest del Xinjiang, dove centinaia di persone si erano radunate sulla piazza centrale della città.
Oggi Nuova Cina ha annunciato che 15 persone sono state arrestate nel Guangdong, nella Cina del sud, in relazione alla vicenda che ha innescato le proteste sfociate in violenze domenica scorsa ad Urumqi. Alla fine di giugno, almeno due immigrati uighuri erano stati uccisi da operai cinesi in violenze etniche alimentate dalla falsa voce secondo la quale giovani uighuri avevano violentato due ragazze cinesi. L'agenzia non ha precisato quando sono stati effettuati gli arresti. Pechino ha accusato la dissidente uighura in esilio Rebiya Kadeer di aver organizzato la manifestazione di domenica con l' obiettivo ultimo di staccare il Xinjiang dalla Cina. La dissidente ha smentito le accuse e, in un comunicato diffuso su Internet, ha affermato di "non aver mai chiesto a nessuno, in nessun momento, di dimostrare in piazza".
Triplicati per le banche italiane i compensi di intermediazione sulla vendita di armi all’estero. Abbiamo letto in esclusiva la relazione.
Ed ecco i dati:
Banca nazionale del Lavoro, Intesa-San Paolo e Unicredit: sono le principali banche italiane coinvolte nel commercio di armi. Nulla di illegale - intervengono in operazioni regolarmente autorizzate - ma si tratta evidentemente di attività da non pubblicizzare troppo, tanto che sono stati gli stessi istituti di credito a chiedere al governo di non rendere pubblica la Relazione del ministero dell'Economia e delle Finanze su esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, che invece la Voce ha potuto leggere. E le "banche armate", sulla scia del grande aumento dell'export di armi made in Italy e sfruttando l'onda lunga dell'aumento delle spese militari sostenuto dal governo di centro-sinistra di Prodi (+ 22%, in due anni), hanno fatto grandi affari, triplicando i «compensi di intermediazione» che hanno incassato dai fabbricanti di armi.
Nel corso del 2008, infatti, sono state autorizzate 1.612 «transazioni bancarie» per conto delle aziende armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano state la metà, 882, per 1.329 milioni). A questi vanno poi aggiunti 1.266 milioni per «programmi intergovernativi» di riarmo (cioè i grandi sistemi d'arma costruiti in collaborazione con altri Paesi, come ad esempio il cacciabombardiere Joint Strike Fighter - Jsf - per cui l'Italia spenderà almeno 14 miliardi nei prossimi 15 anni), quasi il doppio del 2007, quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di "movimenti" di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa.
La regina delle "banche armate" è la Banca Nazionale del Lavoro (del gruppo francese Bnp Paribas) con 1.461 milioni di euro. Al secondo posto si piazza Intesa-San Paolo di Corrado Passera, già braccio destro di Carlo De Benedetti ed ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi»: il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici.
Eppure due anni fa il gruppo aveva dichiarato che, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche», cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge».
«Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo», è la spiegazione che fornisce Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo. Anche Unicredit negli anni passati aveva ripetutamente annunciato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere, eppure nel 2008 è stata la terza "banca armata" italiana, con 606 milioni di euro. Nessuna dichiarazione di disimpegno invece da parte della Banca Antonveneta, che lo scorso anno ha movimentato 217 milioni. Mentre piuttosto ambigua è la situazione del Banco di Brescia: nel 2008 ha gestito per conto delle industrie armiere 208 milioni di euro benché il gruppo di cui fa parte dal 1 aprile 2007, Ubi (Unione Banche Italiane), nel suo codice di comportamento abbia stabilito che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall'intrattenere rapporti relativi all'export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all'Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri armamenti quali bombe, mine, razzi, missili e siluri».
«La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale - spiega Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di Ubi - ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca», cioè l'industria armiera, non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato».
Ma i dubbi restano. «Da quando, lo scorso anno, è sparito dalla Relazione il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito - spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiano Dísarmo - è impossibile giudicare l'operato delle singole banche. Senza quell'elenco, infatti, i loro codici di comportamento non sono comprovati dal riscontro ufficiale che solo la Relazione del governo può fornire».