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NEW YORK - Per Barack Obama,"ci sono tempi in cui ti puoi permettere di ridecorare la casa e tempi in cui devi concentrarti a ricostruire le fondamenta". Il presidente degli Stati Uniti ha presentato un ambizioso progetto di bilancio di crisi, prevedendo di dimezzare il deficit entro gennaio 2013 nonostante un aumento delle spese sociali, mentre le spese militari, attraverso un accresciuto impegno in Afghanistan, rimarranno elevate.
Nel rivelare a Washington il suo primo budget, quello per l'esercizio 2010 che scatterà il 1/o ottobre, Obama ha avuto parole semplici. Il presidente ha paragonato gli Usa a una unità familiare in difficoltà, prospettando grossi risparmi laddove è possibile oltre ad un aumento delle tasse per i più abbienti per finanziare la copertura sanitaria dei più poveri, in una mossa un po' alla Robin Hood. Il budget di Obama - un mix tra il 'New Deal' di Franklin Roosevelt e la 'Great Society' di Lyndon Johnson - rappresenta una rottura con quelli del suo predecessore George W. Bush a livello fiscale, energetico ed ambientale.
Sul bilancio del Pentagono non ci sono al momento grosse differenze, visto che accanto alla promessa di ritirare le truppe Usa dall'Iraq entro 19 mesi c'é l'impegno a rafforzare la presenza militare in Afghanistan. Si tratta di un budget indubbiamente ottimistico, visto che punta ad una forte ripresa economica nel 2010 dopo un difficile 2009 caratterizzato da una recessione, in termini più decisi rispetto a quelli prospettati dal presidente della Federal Reserve Ben Bernanke nei giorni scorsi. L'Amministrazione Obama prevede l'anno prossimo una crescita del 3,2%, mentre Bernanke parla di una forbice tra il 2,5 ed il 3,3%, ma solo se gli ambiziosi programmi di stimolo dell' economia avranno effetto. Complessivamente, il bilancio 2010 è di quasi 3.600 miliardi di dollari, con un deficit previsto di oltre 1.170 miliardi (580 in meno in un anno). L'obiettivo è di giungere a un 'rosso' intorno ai 533 miliardi alla fine del primo mandato alla Casa Bianca, ma sugli anni successivi peseranno i pensionamenti dei milioni di americani nati durante il Baby Boom.
ROMA - In caso di incidente, le centrali nucleari di nuova generazione sono più pericolose dei vecchi impianti che dovrebbero sostituire. A mettere in luce questo rischio è un'inchiesta del quotidiano britannico The Independent. Il giornale prende in esame i nuovi Epr (European pressurised reactors), i nuovi reattori che verranno costruiti in Gran Bretagna, ma anche in Italia, dopo l'accordo siglato da Berlusconi e Sarkozy. Intanto, monta la protesta delle organizzazioni ambientaliste, da Greenpeace a Legambiente, contro il ritorno al nucleare. E le voci dissonanti si fanno sentire anche dall'opposizione, dal Pd a Prc, mentre i verdi si dicono "pronti a un referendum".
La denuncia dell'Independent. Il quotidiano britannico cita alcuni documenti di natura industriale che provengono anche dalla azienda francese Edf, la stessa che ha appena sottoscritto un accordo con Enel. Studi che segnalano che il rischio di incidenti con queste nuove tecnologie è sì più basso, ma, nel caso avvenga una fuoriuscita di radiazioni, questa sarebbe più consistente e pericolosa che non in passato. Tra i documenti esaminati, "ce n'è uno secondo cui le perdite umane stimate potrebbero essere doppie".
"Finora questo tipo di centrali è stato generalmente considerato meno pericoloso di quelli attualmente in funzione perché dotato di maggiori misure di sicurezza e in grado di produrre meno scorie - argomenta il quotidiano - ma le informazioni contenute nei documenti da noi consultati dimostrano che in effetti producono una quantità di isotopi radiattivi di gran lunga maggiore tra quelli definiti tecnicamente 'frazioni di rilascio immediato', proprio perché fuoriescono facilmente dopo un incidente".
Proteste in Italia. Secondo Legambiente l'accordo firmato oggi è "pericoloso e miope": "Tutti gli studi internazionali - afferma l'organizzazione - mostrano che il nucleare è la fonte energetica più costosa e rimane aperta la questione delle scorie e della sicurezza''. Greenpeace, invece, mette l'accento sul fatto che l'accordo è "a tutto vantaggio di Sarkozy, che sta cercando di tenere in piedi l'industria nucleare francese", ma ''non offre all'Italia nessuna garanzia di maggiore indipendenza energetica - tecnologia e combustibile arrivano dall'estero - ed è anzi contro gli obiettivi europei di breve termine''.
Sulla stessa linea anche ErmeteRealacci, Pd, secondo cui ''Sarkozy punta sui fondi pubblici italiani per sostenere l'industria nucleare francese" mentre in tempi di crisi sarebbe "meglio puntare sul risparmio energetico, sulle fonti rinnovabili". Per il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, il ritorno al nucleare è "semplicemente una follia".
L'esponente dei Verdi, Paolo Cento, avverte: "Siamo pronti a valutare tutte le azioni politiche e di lotta, compreso il referendum". "D'altronde - ricorda Cento - proprio con un referendum, i cui effetti sono ancora validi dal punto di vista giuridico, il 62% degli italiani decise di far uscire l'Italia dal nucleare dopo la tragedia di Chernobyl". "Il nostro premier ha firmato accordi con la Francia per la creazione di quattro centrali nucleari senza che il parlamento abbia ancora approvato le relative leggi'', osserva invece Fabio Evangelisti, vice presidente del gruppo dell'Idv alla Camera.
ROMA - I City Angels battono le strade milanesi da 14 anni. Gli "assistenti civici" di Livorno sono invece pronti a debuttare in questi giorni. Il decreto anti-stupri del governo non fa che accelerare un processo in corso: decine sono le ronde già attive nei comuni del centro-nord. Il rischio? Le mani dei partiti sulla sicurezza. Una parte delle ronde ha infatti un colore politico: in testa, sventolano le bandiere della Lega Nord, seguite da quelle di An, Destra di Storace, Forza Nuova e Fiamma tricolore. "Il rischio di politicizzazione della sicurezza - avverte l'Associazione nazionale dei funzionari di polizia - è reale e ci riporta alla memoria tempi che credevamo superati".
Quello delle ronde non è un fenomeno omogeneo. Si va dai pensionati con block notes di Firenze, agli studenti-vigilanti di Bologna; dagli storici e apartitici City Angels lombardi, alle ronde targate Carroccio. Se infatti è vero che una parte del fenomeno è trasversale a tutte le amministrazioni comunali, di centrosinistra e centrodestra, un'altra parte mantiene precisi connotati politici.
Molte ronde sfilano oggi sotto le insegne leghiste. Le prime? Le "Ronde padane", nate a Voghera nel 1997: "Stavamo raccogliendo le firme per chiedere una maggiore presenza di polizia nel centro storico - racconta uno dei fondatori, Gigi Fronti - quando ci venne in mente che noi stessi potevamo fare la nostra parte formando squadre che, disarmate, girassero per la città". Quanti sono i volontari padani? Numeri ufficiali non ce ne sono, ma Mario Borghezio, già dieci anni fa, parlava di 8mila persone: "Da Cuneo e Trieste sono una quarantina i comuni coinvolti, anche grandi come Modena, Torino e Monza". La bandiera della sicurezza porta voti e fa gola a molti. Gli altri partiti non stanno a guardare: si muove Alleanza nazionale, con Azione Giovani a Torino, Padova e Venezia; muovono i primi passi le ronde della Destra di Francesco Storace alla periferia di Roma; la Fiamma Tricolore annuncia di aver cento militanti pronti a Trieste; Forza Nuova è già attiva a Foggia e Pescara.
Bisogna vedere ora cosa cambierà con la patente di legittimità promessa dal governo, sotto la responsabilità del prefetto. "Non solo le ronde sono una maldestra surroga alla mancanza di turn over tra le forze dell'ordine - sostiene Enzo Letizia, segretario dell'Associazione nazionale funzionari di polizia - ma costituiscono un rischio reale di politicizzazione della sicurezza. Le ronde - prosegue - sono permeabili all'infiltrazione di organizzazioni criminali, come mafia e camorra e possono nascondere tra le loro fila delle squadracce di esaltati pericolosi". Meno allarmato il giudizio del sociologo Marzio Barbagli: "Non serviranno a granché, ma non credo che siamo in presenza di fenomeni pericolosi, se disarmati e privi di colore politico. Una cosa però è certa: le ronde rappresentano una forma premoderna di sicurezza, di prima che nascesse la polizia. Se le si ritirano fuori, accanto all'uso dei militari in città, si mette in discussione la funzione stessa delle forze dell'ordine".
Fascist Legacy ("L'eredità del fascismo") è un documentario della BBC sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale. La RAI acquistò una copia del programma, che però non fu mai mostrato al pubblico. La7 ne ha trasmesso ampi stralci nel 2004. Il documentario, diretto da Ken Kirby, ricostruisce le terribili vicende che accaddero nel corso della guerra di conquista coloniale in Etiopia – e negli anni successivi – e delle ancora più terribili vicende durante l’occupazione nazifascista della Jugoslavia tra gli anni 1941 e 1943. Particolarmente crudele la repressione delle milizie fasciste italiane nella guerriglia antipartigiana in Montenegro ed in altre regioni dei Balcani. Tali azioni vengono mostrate con ottima, ed esclusiva, documentazione filmata di repertorio e con testimonianze registrate sui luoghi storici nella I puntata del film. Il documentario mostra anche i crimini fascisti in Libia e in Etiopia. Nella II puntata il documentario cerca di spiegare le ragioni per le quali i responsabili militari e politici fascisti -colpevoli dei crimini- non sono stati condannati ai sensi del codice del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Conduttore del film è lo storico americano Michael Palumbo, autore del libro “L’olocausto rimosso”, edito -in Italia- da Rizzoli. Nel film vengono intervistati -fra gli altri- gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e lo storico inglese David Ellwood.
CITTA' DEL VATICANO - "Ogni discriminazione" sulla base di differenze "riconducibili a reali o presunti fattori genetici è un attentato contro l'intera umanità ". Lo ha affermato Benedetto XVI ricevendo in udienza questa mattina in Vaticano i partecipanti al convegno "Le nuove frontiere della genetica". Il Papa ha indicato il pericolo che la pratica eugenetica, responsabile in passato di inaudite violenze, si stia ripresentando anche oggi "discriminando chi è disabile" o peggio "giungendo alla selezione e al rifiuto della vita".
''E' necessario ribadire che ogni discriminazione esercitata da qualsiasi potere nei confronti di persone, popoli o etnie sulla base di differenze riconducibili a reali o presunti fattori genetici è un attentato contro l'intera umanita''', ha affermato con forza il pontefice. ''Lo sviluppo biologico, psichico, culturale o lo stato di salute non possono mai diventare un elemento discriminante'', ha ammonito. ''E' necessario, al contrario - ha insistito - consolidare la cultura dell'accoglienza e dell'amore che testimoniano concretamente la solidarieta' verso chi soffre, abbattendo le barriere che spesso la societa' erige discriminando chi e' disabile e affetto da patologie, o peggio giungendo alla selezione ed al rifiuto della vita in nome di un ideale astratto di salute e di perfezione fisica''. ''Se l'uomo viene ridotto ad oggetto di manipolazione sperimentale fin dai primi stadi del suo sviluppo, cio' significa che le biotecnologie mediche si arrendono all'arbitrio del piu' forte'', ha aggiunto. Il Papa ha ricordato come nel passato l'eugenetica abbia prodotto ''forme inaudite di autentica discriminazione e violenza''. Nonostante questo, ha osservato, ''appaiono ancora ai nostri giorni manifestazioni preoccupanti di questa pratica odiosa , che si presenta con tratti diversi''. ''Certo ha osservato - non vengono riproposte ideologie eugenetiche e razziali che in passato hanno umiliato l'uomo e provocato sofferenze immani, ma si insinua una nuova mentalita' che tende a giustificare una diversa considerazione della vita e della dignita' personale fondata sul proprio desiderio e sul diritto individuale''. ''Viene cosi' indebolito - si e' lamentato Benedetto XVI - il rispetto che e' dovuto a ogni essere umano, anche in presenza di un difetto nel suo sviluppo o di una malattia genetica che potra' manifestarsi nel corso della sua vita, e sono penalizzati fin dal concepimento quei figli la cui vita e' giudicata come non degna di essere vissuta''.
BEIRUT - Nuovi lampi di guerra tra Libano e Israele sono apparsi stamani all'orizzonte, come a gennaio scorso, dopo che alcuni razzi sono stati sparati da "ignoti" dal sud del Paese dei Cedri verso il nord della Galilea, ferendo lievemente due civili israeliani. L'esercito di Israele ha risposto immediatamente sparando almeno sei colpi di mortaio in direzione nord, che hanno colpito alcuni campi coltivati vicino alla costa 15 km a sud di Tiro, senza causare vittime. Il movimento sciita libanese anti-israeliano Hezbollah ha subito preso le distanze dall'accaduto, affermando di non saperne nulla, così come hanno fatto i due maggiori gruppi palestinesi presenti in Libano, Fatah e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp). L'esercito libanese ha attribuito il lancio a "ignoti". Allo scambio di fuoco non è seguita comunque nessun'altra escalation militare, anche se rimane altissima l'allerta dei due eserciti e dei caschi blu della missione Onu schierata nel sud del Libano (Unifil). Solo uno dei razzi sparati dal Libano (tre secondo Hezbollah, due secondo l'esercito libanese) è esploso in territorio israeliano, nei pressi di Maalot, località poco lontano dalla Linea Blu di demarcazione tra i due Paesi. Gli altri sarebbero caduti a ridosso del confine ma in territorio libanese. Secondo quanto riferito dal ministero della difesa di Beirut, i razzi di tipo katiusha sono stati sparati da "campi agricoli" situati tra le località di Mansuri e al-Qulayla, una decina di km a nord dalla frontiera provvisoria, nel settore occidentale dell'area di operazioni dell'Unifil, sotto la responsabilità del contingente italiano, forte di oltre 2.000 unità. Israele ha accusato il governo libanese di esser responsabile dell'accaduto. Il premier Fuad Siniora ha dal canto suo condannato "con forza" sia il lancio di razzi verso lo Stato ebraico sia la risposta israeliana, definendola "una violazione ingiustificata della sovranità libanese".
MOSCA - Tutti assolti i quattro imputati al processo per l'uccisione della giornalista d'opposizione russa Anna Politkovskaia, assassinata nell'ottobre 2006: la giuria li ha dichiarati innocenti.
I dodici giurati, dopo circa tre ore di camera di consiglio, hanno ritenuto non provate le responsabilità degli imputati. Si tratta dell'ex dirigente della polizia moscovita Serghei Khadzhikurbanov, accusato di essere l'organizzatore del delitto per conto di un mandante non ancora identificato; dei fratelli ceceni Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, presunti 'pedinatori' della giornalista (un terzo fratello, Rustan, è ricercato all'estero come presunto killer).
Al quarto imputato, l'ex colonnello dei servizi segreti Pavel Riaguzov, erano contestati reati minori insieme allo stesso Khadzhkurbanov: abuso d'ufficio ed estorsione. Riaguzov, in particolare, avrebbe fornito l'indirizzo della Politkovskaia al gruppo ceceno secondo l'accusa, che esce sonoramente sconfitta dal verdetto e che ha già annunciato che farà ricorso per "le violazioni verificatesi durante il processo", praticamente su base quotidian, secondo il procuratore Vera Paskovskaia.
I quattro imputati sono stati liberati su decisione del presidente della Corte militare Ievgheni Zubov; uno dei loro difensori ha fatto sapere che chiederanno un risarcimento per essere stati incarcerati.
"Nessuna sorpresa" per il verdetto della giuria è stata espressa come prima reazione di Anna Moshalenko, uno degli avvocati della famiglia Politkovskaia. Commentando la decisione alla Radio Eco di Mosca, il legale ha criticato l'operato degli inquirenti nella fase di acquisizione delle prove, per la mancata individuazione del mandante e per non aver saputo portare sul banco degli imputati il killer. L'avvocato ha annunciato una conferenza stampa nella sede dell'agenzia Interfax.
Queste immagini terrificanti ci mostrano il costo umano negli Stati Uniti della barbara guerra in Iraq. Non possiamo immaginarci l'orrore e la sofferenza che deve star soffrendo a confronto il popolo iracheno. Vedendo le terribili foto dei soldati nordamericani mutilati, che godono di un enorme superiorità militare, rimaniamo storditi per il massacro che si deve star commettendo ogni giorno in quel paese.
Quale sarà il sentimento di questi giovani militari mutilati che credevano in un principio e nelle bugie del loro presidente [George W. Bush], il quale affermava che c'erano armi di distruzione di massa in Iraq, mai trovate? In seguito gli ispettori delle Nazioni Unite hanno confermato che non sono mai esistite, come avevano detto e confermato varie volte prima che gli Stati Uniti attaccassero l'Iraq.
Le foto che mostriamo di seguito sono le meno scioccanti che possiamo presentare, perché sarebbe impudico ed inumano dover mostrare in immagini la carneficina di questa guerra allucinante. Ma come arrestare questa mostruosità e barbarie? Come svegliare le coscienza e organizzarsi per raggiungere la pace in Iraq? Come fare perché le Nazioni Unite assumano maggiori iniziative? Solamente con la nostra indignazione. Per questo motivo, Red Voltaire e l'agenzia IPI lanciano un appello a tutti i cittadini del mondo di buona volontà perché inizino a protestare pacificamente nelle strade contro questa guerra selvaggia.