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Postato da smilejamaica

ROMA - "Ora basta, questa storia deve finire". Fino a un paio di mesi fa la Rai era un problema secondario, un nodo da sciogliere con calma. Adesso, invece, Silvio Berlusconi vuole spingere sull'acceleratore. La situazione, rispetto alle prime settimane di legislatura, è davvero cambiata. Ecco allora lo "scontro" con Sky sull'Iva al 20%, i sondaggi che registrano una flessione nella popolarità del Cavaliere e soprattutto quelle trasmissioni che secondo il premier non fanno altro che "dileggiarmi". Tutti fattori che per Palazzo Chigi si sono trasformati una spinta a tagliare i ponti con la "vecchia" guida. "Adesso basta: si cambia tutto", è stato il monito lanciato da Arcore nel week end.

Il Cavaliere, insomma, vuole rinnovare i vertici della tv pubblica. Eleggere il nuovo cda e nominare quanto prima il direttore generale e i direttori di rete. Per affrontare ed estrarre quelle "spine" che gli si sono conficcate nel fianco. Il piano berlusconiano, però, ha un passaggio preliminare. Le dimissioni del presidente della commissione di Vigilanza, Riccardo Villari. Non a caso i contatti delle ultime ore con il centrosinistra - condotte dai presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini - si sono concentrati proprio sul destino dell'ex esponente del Pd. E il pretesto è stato quanto di più formale ci possa essere: trovare un'intesa tra maggioranza e opposizione sul piccolo "ingorgo" parlamentare che si è formato in questa ultima settimana di lavori d'aula prima della pausa natalizia.

La minaccia ostruzionistica della minoranza è stata messa sul piatto della bilancia di Viale Mazzini. L'ipotesi su cui gli "ambasciatori" dei due poli stanno lavorando consiste proprio in un atteggiamento collaborativo del Pd in Parlamento in cambio di un affondo più deciso nei confronti del "ribelle" Villari. Il primo passo, dunque, l'ha compiuto l'inquilino di Palazzo Madama immaginando una "revoca" del presidente della Vigilanza a causa della sua iscrizione al gruppo misto.

Non solo. Nelle prossime ore ci potrebbe essere anche un atto ufficiale dei capigruppo di Pdl e Lega. Una lettera di "sfiducia" o addirittura l'annuncio che anche la maggioranza non parteciperà ai lavori della commissione. Il tutto per costringere Villari all'addio. Una "mission" su cui si sta impegnando anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, che continua a caldeggiare la candidatura "concordata" di Sergio Zavoli. "Dispiace - diceva con rammarico lo stesso Letta pochi giorni fa - che il nome di Zavoli sia stato trascinato in una vicenda in cui sarebbe stato meglio non coinvolgerlo" - Ma dietro le mosse del centrodestra non c'è solo il desiderio di approvare prima di Natale tutti i decreti in scadenza.

"Può essere ora, può essere a gennaio - ha avvertito in queste ore Berlusconi - ma la vicenda Rai va chiusa". L'attenzione degli uomini del premier, allora, si sta concentrando sulle figure del direttore generale e dei direttori di rete. E un po' meno sulle direzioni giornalistiche.

Perché il chiodo fisso di Berlusconi più che le news è rappresentato dai programmi di intrattenimento, i talk show, e dalla battaglia con Sky. A suo giudizio, la satira televisiva si sta evolvendo "in una presa in giro quotidiana e continua. Su tutte le reti". Una ripetitività che, a suo giudizio, sta diventando "insopportabile". E soprattutto un danno che rischia di incrinare definitivamente la cosiddetta "luna di miele".

Sostituire i direttori di rete, dunque, è diventato prioritario. Il premier evita con cura di fare nomi, ma gli occhi del Pdl da mesi sono puntati su alcuni programmi: basti pensare alle ultime polemiche su Fabio Fazio e a quelle che hanno coinvolto Crozza e la Guzzanti. E la protesta berlusconiana è così arrivata fino al terzo polo televisivo, quello de "La7", di proprietà di Telecom Italia.

In questa situazione di stallo, poi, un colpo alle scelte politiche lo sta dando il vertice uscente della Rai. Domani infatti il Cda si riunirà per l'ultima volta nel 2008 e all'ordine del giorno spiccano proprio le nomine delle caselle lasciate vacanti. Il presidente Claudio Petrucccioli ha fatto sapere che intende riempirle tutte almeno con degli "interim". E tra le poltrone libere c'è proprio la direzione della Rete 1 (Del Noce è passato a Raifiction), due vicedirettori di rete, il capo del legale (dovrebbe assumere l'interim Cappon) e quello delle relazioni istituzionali (Paglia in pole position per un altro interim).

di CLAUDIO TITO

Postato alle 15:06 di mercoledì, 17 dicembre 2008
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Categorie del post: politica, interni, satira, informazione, censura, libertĂ , governo, non dimenticare, ur not free

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Postato da smilejamaica



Mc Donald's è un bel giochino gestionale, parodia del funzionamento di questa grande catena di ristorazione, in cui il vostro compito sarà quello di portare avanti l'intera industria Mc Donald's, dal pascolo delle mucche, alla coltivazione della soia, dalla macellazione alla vendita al pubblico.
Dovrete controllare e curare ogni settore, assumere, motivare, e far rendere al meglio il vostro personale ad ogni livello gestionale. Dovrete ottimizzare e incrementare le vendite, promuovere campagne 'sociali' e perchè no, alcune volte scegliere coltivazioni geneticametne modificate, corrompere qualche lavoratore, o inserire scarti nella produzione di carne... tutto insomma, purchè le vendite salgano e l'azienda decolli!
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Per imparare a giocare, un ottimo tutorial (in italiano) di ben 30 pagine è compreso nel gioco.

Scarica la Versione Off-line GRATUITAMENTE
mcdonalds-exe-ita

Postato alle 16:47 di martedì, 16 dicembre 2008
Postato da smilejamaica

L'AQUILA - Il Popolo della Libertà ha vinto le elezioni regionali in Abruzzo. Gianni Chiodi è stato eletto presidente con il 48,81% dei voti. L'avversario di centrosinistra, Carlo Costantini, dell'IdV, ha ottenuto il 42,67%, circa il 6% in meno.

Gli altri candidati erano Rodolfo De Laurentiis (Udc-Udeur) che ha ottenuto il 5,38%, Teodoro Buontempo (La destra), 1,9, Ilaria Del Biondo (Partito Comunista dei Lavoratori), 0,76 e Angelo Di Prospero (Per il bene comune), con lo 0,46%.

SEGUI I RISULTATI IN TEMPO REALE

Da segnalare il crollo dell'affluenza alle urne, che si è attestata al 52,98%, un drastico calo rispetto al 68,5% del voto del 2005. Un dato sottolineato dal centrosinistra, il cui candidato Costantini ha commentato, subito dopo la chiusura delle urne: "E' gigantesco. La causa è di entrambe le parti, centrodestra e centrosinistra: vince chi riesce a portare più gente a votare". Il senatore democratico Franco Marini ha rimarcato: "Quest'astensione così larga è un problema politico per tutti, sia per chi vince che per chi perde". E nel Pd è stato lo stesso segretario Walter Veltroni a sottolineare l'astensionismo. "Prima dei dati elettorali - ha affermato - sono i dati dell'astensionismo a essere impressionanti. C'è stato il 30 per cento in meno di votanti rispetto alle politiche. Vuol dire che c'è malessere, stanchezza e critica anche nei nostri confronti".

Per il leader Udc Pierferdinando Casini "se il bipartitismo che si vuole costruire in Italia fosse una cosa che soddisfa gli elettori non ci sarebbe più della metà dei cittadini abruzzesi che non si sono recati alle urne. Questo è un campanello d'allarme molto pericoloso".

Sulla stessa linea Massimo D'Alema: "Evidentemente riflette anche la specifica vicenda abruzzese, che sicuramente ha determinato un distacco tra i cittadini e le istituzioni, ma è anche un segnale di carattere più generale: se non vota la metà dei cittadini è un problema che riguarda tutti i partiti".

Il Partito della libertà ha dato una lettura in chiave nazionale del voto abruzzese. Silvio Berlusconi ha voluto sottolineare la coesione della coalizione che aveva già vinto le elezioni politiche di aprile. Il presidente del Consiglio ha chiamato Chiodi per fargli le sue congratulazioni e, a quanto si è appreso, parlando con i dirigenti locali del Pdl, ha affermato che il Pd ha perso per essersi "troppo schiacciato" su Antonio Di Pietro, il cui progresso elettorale è considerato in qualche misura preoccupante.Mentre nel risultato del centrodestra il Cavaliere vede anche una "vittoria del buongoverno" del suo esecutivo.

Un elemento questo, messo in risalto anche da Italo Bocchino, vice presidente vicario del gruppo Pdl alla Camera: "I dati elettorali dell'Abruzzo provano da un lato la bontà dell'azione governativa di questi primi mesi di legislatura e dall'altro la tendenza suicida del Partito democratico, che avendo consegnato la guida e la linea dell'opposizione a Di Pietro rischia di crollare irrimediabilmente nei consensi". "C'è da augurarsi che Veltroni - ha affermato in una nota - comprenda adesso che l'Italia ha bisogno di un'opposizione costruttiva e dialogante, pronta a lavorare assieme per riformare profondamente il paese".

Il leader dell'Italia dei valori non ci sta ad assumersi la responsabilità di una possibile sconfitta e rileva: "L'Idv - ha detto Di Pietro - ha quintuplicato i suoi voti in Abruzzo. Ha vinto l'astensionismo ma chi resta veramente sconfitto è la politica che in tutta Italia e specialmente in quella regione sta dimostrando la propria incapacità nella lotta alla casta e ai suoi privilegi".

I partiti. Per quanto riguarda i partiti il Pdl, pur vincendo la competizione elettorale con circa il 35% dei voti rispetto alle politiche di aprile perde circa il 7% dei consensi. Male va il Pd che accusa un vero e proprio crollo: -13 punti percentuali fermandosi intorno al 20%. Bene invece Di Pietro che in pochi mesi raddoppia i suffragi dal 7 al 15 per cento. Cresce anche la Sinistra che unita ad Aprile totalizzò il 3,2 per cento, mentre le liste di Rc, Pdci e La Sinistra divise hanno totalizzato circa il 7%. Fermo, intorno al 5%, l'Udc.
Postato alle 14:28 di martedì, 16 dicembre 2008
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Categorie del post: politica, elezioni, informazione, giornali, governo

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Postato da smilejamaica


Ritrasmesso su Youtube in oltre 70 video e visto gia' 600.000 volte, il lancio delle scarpe contro Bush e' gia' un 'cult' della rete. Le immagini sono state filmate da piu' catene tv e si sono diffuse molto rapidamente sul web, con alcuni internauti che hanno sottolineato i 'buoni riflessi' di Bush, mentre altri hanno fatto del giornalista iracheno autore del gesto 'un eroe'. Sulla piattaforma francese di condivisione video Dailymotion, i fotogrammi sono stati visti piu' di 200.000 volte.

Rischia sette anni di carcere
Sette anni di carcere rischia il giornalista iracheno che ha lanciato le sue scarpe contro il presidente Usa George W. Bush. A riferirlo e' Tariq Harb, avvocato penalista iracheno, che ha confermato l'apertura di un'inchiesta dalle autorita' giudiziarie di Baghdad sull'accaduto. Se il gesto di Muntazer al-Zaidi fosse considerato come un'aggressione, e quindi senza premeditazione, la condanna massima per il reporter sarebbe di 2 anni o, addirittura, solo il pagamento di una multa.

200 avvocati pronti a difenderlo
Piu' di 200 avvocati iracheni e di altri Paesi sono pronti a difendere, a titolo gratuito, il giornalista Muntazer al-Zaidi. Lo ha affermato Khalil al-Dulaymi, ex avvocato del defunto presidente iracheno Saddam Hussein. Al-Zaidi e' in carcere. 'La nostra linea difensiva - ha detto al-Dulaymi - si basera' sul principio che gli Usa occupano l'Iraq e che quindi ogni forma di resistenza e' legittima'.

In Iraq in piazza per il reporter
Migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere la liberazione del giornalista Muntazer al-Zaidi. Lo rende noto la Bbc on line. La folla - riferisce l'emittente - si e' riunita nel quartiere di Sadr City, roccaforte della corrente radicale sciita ostile agli americani e alla loro presenza nel paese - acclamando al-Zaidi come "eroe" e chiedendone la scarcerazione. La protesta si va ad aggiungere alla richiesta fatta dalla rete televisiva al-Baghdadia per il rilascio del proprio giornalista. Al-Baghdadia sostiene che al-Zaidi stava esercitando soltanto il diritto alla liberta' d'espressione, mentre per gli alti funzionari iracheni si tratta di incidente vergognoso.

La figlia di Gheddafi propone una medaglia
Un'associazione benefica presieduta dalla figlia del leader libico Muammar Gheddafi, Aicha, dedichera' una onorificenza al giornalista iracheno che ieri ha lanciato le sue scarpe contro il presidente americano Bush. In un comunicato distribuito ai giornalisti, l'associazione annuncia di aver deciso di attribuire "l'ordine del coraggio" a Muntazer Al-Zaidi, che "lanciando le sue scarpe in faccia al presidente americano ha detto chiaramente no alla violazione dei diritti dell'uomo".


Postato alle 17:54 di lunedì, 15 dicembre 2008
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Categorie del post: politica, esteri, stati uniti, sicurezza, guerra, video, informazione, libertĂ , giornali, non dimenticare

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Postato da smilejamaica

GERUSALEMME - In occasione della ricorrenza musulmana della Festa del sacrificio, Israele ha liberato oggi 227 detenuti palestinesi. Si è trattato di un gesto distensivo verso il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas con il quale sono in corso trattative di pace. Dei prigionieri scarcerati, 209 sono stati condotti al posto di blocco di Beitunia, presso Ramallah in Cisgiordania, e 18 sono stati portati al valico di Eretz con la Striscia di Gaza. Lo ha riferito un portavoce dei servizi carcerari israeliani.

Centinaia di parenti, amici e sostenitori hanno aspettato gli ex prigionieri al posto di blocco di Beitunia, agitando bandiere gialle di Fatah e foto del defunto leader Yasser Arafat. Poi la folla è salita sulle auto e, suonando il claxon in segno di festa, ha seguito gli autobus che conducevano i loro cari al quartier generale della Muqata a Ramallah. Qui i detenuti liberati sono stati accolti da Abbas.

Il rilascio è stato autorizzato questa mattina dalla Corte Suprema israeliana, dopo che il governo ha replicato a petizioni contro la scarcerazione presentate da vittime di attacchi terroristi e organizzazioni di coloni. La maggior parte dei detenuti liberati appartiene a Fatah, la fazione di Abbas che controlla la Cisgiordania, mentre non vi sono esponenti di Hamas, il movimento islamista che controlla la Striscia di Gaza.

I prigionieri scarcerati sono solo una piccola parte degli 11mila detenuti palestinesi nelle carceri israeliane.

Postato alle 16:20 di lunedì, 15 dicembre 2008
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Categorie del post: politica, esteri, religione, giustizia, guerra, informazione, libertĂ , g8 , ur not free

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Postato da smilejamaica

AVVOCATI più potenti, anzi potentissimi. Capaci di allungare a dismisura i tempi di un processo con un nuovo strumento nelle loro mani: "interrogare" tutte le persone che vogliono e "convocare" i testi a difesa "nelle stesse condizioni dell'accusa". Non basta: "acquisire" ogni altro mezzo di prova ritenuto necessario. Non più come semplice optional, ma come "obbligo" al quale il giudice non può sottrarsi. È l'ultima trovata degli uomini del Cavaliere per salvare il "capo" comunque vada a finire il lodo Alfano. Un articolo del futuro disegno di legge del Guardasigilli, messo a punto e curato nei minimi dettagli dal suo ufficio legislativo e dal consigliere giuridico del premier Niccolò Ghedini, finora strettamente riservato, cambia un articolo del codice di procedura penale (il 190 sul diritto alla prova) e c'infila dentro pari pari il dettato costituzionale sul giusto processo. Le parole del famoso articolo 111, riscritto, discusso e approvato (era il 5 gennaio del 2000) negli anni del centrosinistra con plauso bipartisan, da principio a caratura generale, diventano un potente strumento nelle mani di chi vuole fare melina nei processi e si pone l'obiettivo non di ottenere giustizia in tempi rapidi, ma al contrario allontanare il più possibile nel tempo una sentenza. Una a caso? No, quella dei processi contro Berlusconi, Mills e diritti televisivi attualmente fermi a Milano, se lo scudo del lodo Alfano dovesse fallire il suo appuntamento con la Corte costituzionale.

Dicono alla Consulta che la delicatissima decisione sull'ombrello protettivo, la pronuncia sulla coerenza costituzionale della legge che blocca i processi per le quattro più alte cariche dello Stato (in realtà solo i due del Cavaliere), non potrà arrivare prima della tarda primavera visto che la questione s'intreccia con il referendum promosso da Antonio Di Pietro il quale, solo il 7 gennaio, depositerà in Cassazione le firme raccolte. Toccherà poi alla Suprema corte valutarne l'effettiva correttezza e all'Alta corte spetterà la sentenza definitiva sull'ammissibilità del quesito. Per una volta, le mosse dell'ex pm giovano al Cavaliere che ha di fronte a sé un lasso di tempo più lungo, qualora la Corte dovesse bocciare il lodo (ipotesi non peregrina considerati i pareri "contro" di tanti costituzionalisti) e a Milano dovessero di conseguenza riprendere i suoi due processi fermi dall'autunno, per attrezzare norme e leggine che fanno al caso suo. Ecco perché Berlusconi non ha alcuna intenzione di sprecare l'occasione del disegno di legge sul processo penale che, previsto prima di Natale, è slittato a dopo l'Epifania.

Top secret il testo, tranne sommarie indiscrezioni. Tra cui non figurano proprio gli articoli che ampliano il diritto alla prova e che calzano a pennello per i suoi processi e gli consentiranno, all'eventuale ripresa, di rovesciare sul tavolo del giudice una lista testi che non finisce mai. Sarà per questo che il Cavaliere non investe un centesimo di euro sul dialogo con l'opposizione e non crede alla formula delle "riforme condivise" pur sponsorizzata dai suoi alleati Fini e Bossi. Che, quando conosceranno nel dettaglio l'articolato del ministro della Giustizia Angelino Alfano in cui, ancora una volta, non ci sarà un rigo per garantire l'efficienza e accelerare i processi, saranno i primi a restare basiti. Quando poi ne prenderanno contezza quelli dell'opposizione c'è da giurare che esploderà di nuovo il tormentone delle leggi ad personam.

Dichiarava in aula, a Milano, l'avvocato Ghedini, lo scorso 9 maggio, durante un'udienza del processo Mills: "Ancora una volta riteniamo sia stato precluso il diritto di difesa in quanto non solo è stata falcidiata la lista dei testimoni, ma non ci è neppure consentito di sentire in maniera diretta uno dei pochi testi che abbiamo potuto citare (era l'armatore napoletano Diego Attanasio, ndr.)". Lo stesso Ghedini, in questi mesi, si è più volte lamentato di un "buco" nel codice di procedura: "L'articolo 111 della Costituzione c'è, ma in realtà è come se non ci fosse, perché le difese vengono massacrate nei processi". Detto fatto: ecco l'articolo 190 riveduto e corretto ad uso del premier, pronto per presentare elementi di prova e una lista testi infinita che il giudice dovrà accettare pena l'accusa di ledere irrimediabilmente i diritti della difesa. Egli dovrà limitarsi a verificarne la pertinenza col giudizio in atto, ma le motivazioni sull'ammissibilità o meno dovranno essere assolutamente stringenti. Una pacchia che allontana nel tempo l'incubo di due sentenze che potrebbero mettere in crisi il Berlusconi quater e tutto il suo futuro politico.

di LIANA MILELLA


Postato alle 16:03 di lunedì, 15 dicembre 2008
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Categorie del post: politica, interni, mafia, giustizia, informazione, giornali, governo, non dimenticare

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Postato da smilejamaica

ANCORA una volta dobbiamo essere grati a Giorgio Napolitano. Il suo richiamo al rispetto dei "principi fondamentali della Costituzione", che nessuno "può pretendere di modificare o di alterare", è la terapia più tempestiva ed efficace contro la "sindrome di Cromwell" che ormai pervade il presidente del Consiglio, come ha magistralmente spiegato Gustavo Zagrebelsky nell'intervista a Repubblica di ieri. In un equilibrio sempre più instabile tra i poteri dello Stato, il presidente della Repubblica resta il garante più credibile della nostra democrazia. L'argine più forte rispetto all'autoritarismo plebiscitario del Cavaliere. Silvio Berlusconi può anche sublimare la sua inesauribile vena mimetica e mistificatoria, e dire "il Quirinale non ce l'aveva con me".

Ma è un fatto che il richiamo del Capo dello Stato arriva proprio all'indomani dell'annuncio tecnicamente "eversivo" del premier: la modifica unilaterale della Costituzione, imposta forzosamente al Parlamento e poi sottoposta eventualmente al giudizio del popolo sovrano attraverso il referendum confermativo. Ed è un fatto che quel richiamo tocca il nervo più scoperto del "berlusconismo da combattimento": l'ossessione giudiziaria, che spinge il premier a forzare le regole fino al punto più estremo.

Non solo piegando lo Stato di diritto in Stato di governo (con l'uso personale dei "lodi" e delle leggi). Ma addirittura trasformando la Costituzione in "strumento di potere" (come ha osservato ancora Zagrebelsky). Questo, e non altro, è il disegno del Cavaliere. Per quanto dissimuli, il premier racconta almeno due bugie. La prima bugia riguarda la forma. Berlusconi mente quando dice che il suo progetto non lede la Carta Costituzionale e i suoi principi fondamentali, perché "le ipotesi di riforma della giustizia, come per esempio quelle relative ad un intervento sul Csm, non riguardano questi principi". Non è così. Il Consiglio superiore della magistratura è organo di rilevanza costituzionale, disciplinato dall'articolo 104 all'articolo 113. E come insegna la dottrina, "è la massima espressione dell'autonomia della magistratura rispetto agli altri poteri dello Stato (in particolare il governo)". Dunque, nel dettato costituzionale la disciplina giuridica del Csm è intrinsecamente collegata al principio fondamentale su cui si regge l'intera giurisdizione, cioè la magistratura come "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere". Per questo, al contrario di quello che sostiene il presidente del Consiglio, riscrivere le norme costituzionali sul Csm può tradursi facilmente in una lesione dei principi fondamentali e in una manomissione dei cardini della nostra democrazia, che si basa sulla separazione e sul bilanciamento dei poteri.

La seconda bugia riguarda la sostanza. Berlusconi mente quando dice che la riforma della giustizia per via costituzionale è irrinunciabile perché in caso contrario verrebbe meno uno degli impegni presi in campagna elettorale. Non è così. Nel programma del Pdl non c'è traccia di una riforma costituzionale del sistema giudiziario. E non è mai menzionata la separazione delle carriere. L'unica proposta concreta, contenuta nel decalogo berlusconiano, riguardava genericamente una "distinzione più marcata delle funzioni tra i giudici e pm". Perché ora il premier ha cambiato idea, se non per rimettere in riga la magistratura, giudicante e requirente, scorporando i pubblici ministeri dall'unico ordine giudiziario e subordinandone l'attività al controllo del potere politico? Qui sta la natura "rivoluzionaria", e per certi versi post-democratica, della visione berlusconiana. L'uso congiunturale delle istituzioni, l'uso strumentale dei fatti.

A rimettere in moto la necessità della sedicente "riforma costituzionale" della giustizia è lo scontro tra le procure di Salerno e Catanzaro intorno all'inchiesta "Why not". Uno scontro rovinoso per la credibilità delle toghe, e indecoroso per l'immagine della Repubblica. Ma al contrario di ciò che urlano i rappresentanti del centrodestra, il progetto di Berlusconi e Alfano sarebbe stato del tutto inutile a prevenire l'esplosione di quel conflitto, incubato esclusivamente nell'ambito della magistratura requirente. Se c'è una vera emergenza, quella non riguarda né la separazione delle carriere, nè il Csm. Ma solo la maggiore rapidità ed efficienza della macchina giudiziaria, che si può agevolmente raggiungere per legge ordinaria. Di tutto questo, nel piano del Cavaliere sulla giustizia non c'è traccia.
Stupisce che molti osservatori non vedano i rischi insiti in questa offensiva berlusconiana, e scambino la difesa della Costituzione per difesa di una corporazione. La giustizia va cambiata. Ma nell'interesse collettivo. Non nell'interesse soggettivo di chi (come denuncia Valerio Onida sul Sole 24 Ore) è pronto a fondare una "Costituzione di maggioranza". La Costituzione è di tutti. E tale vorremmo che restasse.

di MASSIMO GIANNINI


Postato alle 15:36 di sabato, 13 dicembre 2008
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Postato da smilejamaica

ROMA - Vigilia di voto in Abruzzo, dove domenica i cittadini sono chiamati a scegliere il successore di Ottaviano Del Turco alla guida della Regione. A contendersi la poltrona sono Gianni Chiodi, candidato Pdl, e Carlo Costantini dell'Idv, sostenuto da tutto il centrosinistra. Ma oggi nella contesa sono intervenuti anche i leader nazionali: Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro, Walter Veltroni. Tra scambi di accuse e polemiche.

Le certezze di Berlusconi. "Secondo tutti i sondaggi siamo avanti di 13 punti": così il premier ha aperto il suo comizio al palasport di Chieti a sostegno di Gianni Chiodi. Poi la polemica con Pier Ferdinando Casini: "Con loro qui in Abruzzo sarebbe stata una comoda alleanza elettorale. Purtroppo però noi seguiamo una politica dei valori e dei principi, non quella della vecchie convenienze. L'Udc non può stare con la sinistra a Trento, perchè là si vince, e qui in Abruzzo con noi per la stessa ragione". E, infine, il consueto attacco a Di Pietro: "Il voto dato al suo partito è un atto di abiezione morale".

La replica di Di Pietro. Il leader dell'Italia dei valori ha subito ribattuto al premier: "Berlusconi dà i numeri e dà di testa. Infatti mente sapendo di mentire. Anche noi abbiamo i nostri sondaggi e sappiamo che la coalizione guidata da Carlo Costantini è quasi 5 punti avanti rispetto a quella guidata da Chiodi. Questo continuo mentire di Berlusconi dimostra che vuole taroccare i voti e prendere in giro gli abruzzesi". E ancora: "L'Idv è l'antidoto all'abiezione morale".

Veltroni all'attacco. La questione morale è un problema che riguarda "la politica" italiana, che dovrà essere "più trasparente", ma Silvio berlusconi "non ha diritto di parlarne", visto che "sono circa 47 i parlamentari del Pdl che hanno o hanno avuto problemi con la giustizia": così Walter Veltroni, che ha concluso a L'Aquila la campagna elettorale sul suo partito. "Qui c'è stata una ferita molto dura, molto seria", ha detto, rifedendosi allo scandalo che ha travolto la giunta Del Turco. Ma "anche in questa regione - ha proseguito - la vicenda dello scandalo riguarda anche e in primo luogo, storicamente, il governo della destra".

da www.repubblica.it

Postato alle 02:29 di sabato, 13 dicembre 2008
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Postato da smilejamaica


Postato alle 18:10 di martedì, 09 dicembre 2008
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Categorie del post: vaticano, religione, giustizia, video, informazione, censura, non dimenticare

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Postato da smilejamaica

Berlusconi non ha alcuna voglia di riformare subito la giustizia. Perché dovrebbe averne? Si è personalmente protetto con l'immunità (la "legge Alfano") e non teme più i giudici.

Può essere paziente, può non avere fretta, può attendere. C'è il tempo di una legislatura per preparare e realizzare il colpo finale (dipendenza del pubblico ministero dall'esecutivo). Con sapienza, è sufficiente al premier tenere alto il fuoco sotto la pentola e cuocere magistratura, riformisti democratici, opinione pubblica con sfide, provocazioni, affondi incrociati. Sempre inconciliabili. Tipo: "Nella sinistra c'è una questione morale", dice. Che ovviamente suggerito da un piduista, con un avvocato corruttore di giudici (Previti) e un braccio destro amico di mafiosi (Dell'Utri), fuori pericolo per amnistie e prescrizioni, scampato per un conflitto di interessi che gli ha permesso di approvarsi leggi ad personam, irrita gli animi e provoca un irrigidimento politico. Che subito dopo Berlusconi massaggia da "statista" con un invito a discutere insieme la riforma della giustizia.

Un'offerta politica che, presa in considerazione per qualche ora, provoca all'istante nell'opposizione divisioni e malanimo che l'egoarca aggrava lasciando dire, un attimo dopo, che "in ogni caso, il governo la riforma la farà per conto suo" alla pattuglia di sherpa più partisan che ha a disposizione - Alfano (suo segretario personale e ora ministro virtuale), Ghedini (suo avvocato personale e ministro di fatto), Cicchitto (fratello di loggia).

Bisogna mettersi nei panni di Berlusconi. L'unica forza che teme davvero è la Lega Nord e Bossi non vuole sentir parlare di giustizia prima di avere in tasca il federalismo e, se il premier s'azzarda a capovolgere l'ordine delle priorità, gli toccherà subire gran brutti scherzi in aula. E poi perché procurarsi delle rogne quando i suoi avversari si fabbricano guai da soli?

I magistrati si mangiano vivi come scorpioni in una bottiglia screditando irresponsabilmente la stessa funzione giudiziaria. Il Consiglio superiore della magistratura, costretto ad affrontare la crisi calabro-campana per la mossa inconsueta di Napolitano, è pronto già da oggi a ritornare ai tempi lunghi, al gioco di squadra correntizio, alla protezione corporativa incapace di trovare risposta al perché magistrati così palesemente inadeguati debbano ottenere un incarico direttivo. È questa la qualità della magistratura italiana o è questo il mediocre merito che piace ai "kingmaker" delle correnti? D'altronde, è anche vero che, per le toghe più spregiudicate, una buona visibilità mediatica rimedia a qualsiasi abbaglio professionale se si posa a vittima, se si strepita contro l'arroganza del potere e i baratti politici sotto banco: quel che non si è stati capaci di mettere insieme rispettando le regole del processo penale, lo si ottiene come condanna morale pubblica da un'opinione pubblica, disinformata con maestria, che attende l'Angelo vendicatore e l'inchiesta catartica.

Il quadro sarebbe però incompleto se si trascurasse quel che più conta, la moderna originalità del Berlusconi IV (novità che la miopia autoreferenziale di opposizione e magistratura neppure sembra scorgere). Oggi il bersaglio del signore di Arcore (impunito per legge) non concerne più la magistratura (avversario secondario), ma lo stesso sistema di legalità (obiettivo primario). Non l'ordine o il potere giudiziario, ma le leggi, quella "formulazione generale e astratta che distingue le leggi da ogni altra manifestazione di volontà dello Stato". Berlusconi rivendica la legittimità del suo comando e non vuole che esso sia determinato dalle norme, ma lo esige orientato dalla necessità concreta, dallo stato delle cose, dalla forza della situazione. Vuole dare un taglio netto alle "dispute avvocatesche" che accompagnano lo Stato dove i giudici interpretano la legge. Vuole liquidare "le discussioni senza fine" dello Stato legislativo-parlamentare. Vuole e pretende una decisione eseguita con prontezza senza che né i giudici né il Parlamento ci mettano il becco.

Questa è la "partita" che vede la magistratura e il riformismo democratico confusi nel difendere forme, identità e routine che le mosse di Berlusconi spingono costantemente in fuori gioco. Converrà allora abbandonare l'idea di discutere e dividersi per una riforma della giustizia che non ci sarà per il momento (ci saranno soltanto maligne e pericolose modifiche di procedure e codici). È più utile rendersi presto "presentabili" per difendere con qualche prestigio dinanzi all'opinione pubblica un'architettura dello Stato dove ""legittimo" e "autorità" valgono solo come espressione della legalità".

Il riformismo democratico ha molto lavoro, e doloroso, davanti a sé. È ferito, in qualche caso sfigurato, dalle collusioni con il malaffare, dal clientelismo, dall'avidità, da "sistemi di potere" chiusi e inaccessibili. Non riesce a prendere atto, anche nei sindaci più integri come Domenici e Iervolino, che la sconfitta dell'etica pubblica nelle loro amministrazioni è un fallimento politico e quindi una loro diretta, esclusiva responsabilità di cui devono dar conto. Prima che affare dei giudici, quella caduta è uno sfregio alla fiducia ottenuta dagli elettori. Le proteste per la propria, personale correttezza non gliela restituirà e non la restituirà al centro-sinistra. La discussione severa nel campo dei riformisti dovrà ricordare allora che non può esserci autorità al di fuori di legalità.
Soltanto il rispetto della legalità può rendere legittimo e autorevole il comando a meno di non volersi incamminare lungo la strada aperta da Berlusconi.

La magistratura si muove nello stesso angolo stretto. Così ubriaca di se stessa da non accorgersi di ballare su un Titanic prossimo alla catastrofe, in alcune agguerrite falangi, inalbera le prerogative costituzionali di autonomia e indipendenza come se fossero un lasciapassare per l'irresponsabilità. La magistratura deve mostrare di essere in grado di rimuovere, con i propri poteri amministrativi, le toghe sporche, le toghe immature, le toghe oziose, le toghe incapaci, gli inetti volenterosi, i vanitosi cacciatori di titoli. "La ricreazione è finita", è stato detto sabato scorso al Csm durante le audizioni dei capi degli uffici di Salerno e Catanzaro. "La ricreazione" deve finire davvero, se la giustizia vuole essere ancora custode e garante del diritto in uno Stato giurisdizionale.

Soltanto questo doppio esame critico consentirà di affrontare, quando sarà, una riforma della giustizia che abbia non soltanto un uomo al comando, con i numeri insuperabili delle sue truppe, ma almeno un protagonista politico (il Pd) e un attore istituzionale (la magistratura) che possono far pesare nel Paese la loro credibilità, un indiscusso credito. Non è molto, ma è la sola moneta che si può spendere oggi.

di GIUSEPPE D'AVANZO


Postato alle 14:41 di martedì, 09 dicembre 2008
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