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ROMA - Rinascere a 43 anni. Riprendersi la vita che ti è stata rubata. Pensare ai tanti che, nelle tue stesse condizioni, non ce l'hanno fatta e hanno percorso l'ultimo miglio. Quello fatale. Sono molti i pensieri che si affollano nella mente di un ex condannato a morte che, dopo aver trascorso metà della propria vita in attesa dell'esecuzione, è riuscito a farcela. A dimostrare la propria innocenza e tornare libero.
Curtis McCarty si trova a Roma in occasione della Giornata Mondiale delle Città contro la Pena di Morte, un'iniziativa lanciata dalla Comunità di S. Egidio cinque anni fa e che è arrivata a coinvolgere oggi quasi mille città di 71 paesi diversi.
E' qui per raccontare la sua storia, assieme ad altri innocenti condannati a morte che, alla fine di un lungo calvario, hanno riacquistato la libertà. La sua testimonianza è un j'accuse nei confronti del sistema giudiziario americano. Dietro agli occhi di un azzurro intenso si cela tutta la sofferenza e la rabbia di un essere umano che ha visto i migliori anni della propria vita sfuggirgli di mano.
"Ero un ragazzino ribelle, non ascoltavo i consigli della mia famiglia e dei leader della mia comunità. Ero un tossicodipendente e iniziai a commettere piccoli crimini sin dall'età di 15 anni. Tutto questo fornì la scusa perfetta alla polizia per arrestarmi per un crimine che non avevo commesso".
E' il 1985 quando Curtis viene condannato a morte per l'omicidio di Pamela Willis, una giovane donna di sua conoscenza. "Al momento della condanna mi sono sentito tradito. Cresci credendo in quello che ti viene detto sin da piccolo, che il sistema è dalla parte dei cittadini. Gli Stati Uniti dichiarano di essere una grande democrazia, mostrano un'enorme fiducia nei confronti delle proprie istituzioni, ritengono infallibile il sistema giudiziario. Ma è soltanto una grande montatura. Molto dipende dall'immagine e dalle condizioni economiche di chi affronta un processo: se sei ricco o povero, se sei integrato nel sistema o sei un outsider, se hai la possibilità o meno di rivolgerti a grandi avvocati. In base a tutto questo le possibilità di essere giudicato innocente o colpevole cambiano, e di molto.
Il problema è di fondo. Di fronte a un crimine e a una persona sospettata di averlo commesso, l'atteggiamento degli inquirenti è: "Abbiamo abbastanza prove per condannarlo?". La domanda, invece, dovrebbe essere: "E' stato lui?".
Vivere nel braccio della morte sapendo di essere vittima di un'enorme ingiustizia, gridare al mondo la propria innocenza senza essere ascoltati, è forse il peggiore supplizio che possa capitare a un essere umano. "Per i primi due anni provai una rabbia profonda, che via via si trasformò in frustrazione. Poi capii che dovevo reagire e iniziai a sfruttare tutte le possibilità che mi venivamo concesse per diventare una persona migliore, per istruirmi, per studiare, per fare qualcosa per gli altri. Mi resi conto che il mio caso non era un'eccezione, un'anomalia di un sistema perfetto, ma che anzi era abbastanza comune. Allora iniziai a insegnare a leggere e scrivere ai miei compagni che non sapevano farlo, a studiare legge e a condividere con gli altri ciò che imparavo".
Nel 2000, quindici anni dopo la condanna di McCarty, si scopre che il perito della polizia la cui testimonianza era stata determinante in tribunale aveva in realtà falsificato le prove. Ad una successiva perizia richiesta dagli avvocati della difesa quelle stesse prove non si trovano più.
Ma la cosa più incredibile è che, nonostante l'evidenza di un giudizio falsato, Curtis rimane in carcere ancora per sette anni: "Sono stati quelli gli anni più duri nel braccio della morte", ricorda. "Ero innocente, avevamo dimostrato che le prove a mio carico erano fasulle e continuavo a rimanere chiuso lì dentro. Il sistema non poteva ammettere di avere commesso un errore. Di avere condannato deliberatamente un innocente alla pena di morte".
Per fortuna, grazie all'impegno dell'associazione "Innocence Project" che riesce a far sottoporre McCarty alla prova del DNA, nel 2007 Curtis viene dichiarato innocente e rilasciato. La libertà però non è semplice da assaporare: "Dovevo essere felice e invece mi sentivo furioso. Mi hanno rubato la gioventù, sono diventato adulto nel braccio della morte". Solo dopo 18 mesi lontano dal carcere dell'Oklahoma in cui ha trascorso la sua gioventù Curtis McCarty inizia a guardare al proprio futuro con un pizzico di serenità: "Continuerò a raccontare la mia esperienza, a testimoniare quello che mi è accaduto, a parlare con le persone cercando di convincerle che il nostro sistema giudiziario va riformato radicalmente".
Lo sguardo rivolto in avanti coincide con una speranza: "Ho fiducia in Barack Obama. Non so quanto potrà fare, ma forse con lui potremo davvero dire addio alla pena di morte".
KABUL - Camminano tranquille, scherzano fra loro, ridono persino. E se è necessario rivolgono la parola agli uomini. Le giovani donne di Kabul scelgono il velo nero che copre i capelli, ma lascia fuori il sorriso. Oggi nella capitale i fantasmi azzurri con il burqa sono una minoranza, forse tre donne su dieci. E per queste disgraziate il velo integrale non serve a nascondere la bellezza, come vuole la lettura più retriva del Corano, ma a salvare i resti della loro dignità mentre chiedono il bakshish, l'elemosina.
Ma per gli integralisti di Kandahar imporre la copertura del volto non basta. L'esempio l'aveva dato Gulbuddin Hekmatyar, il signore della guerra che già negli anni Settanta, da studente universitario, aveva gettato acido sulle colleghe colpevoli di andare a lezione con il viso scoperto. Da quel debutto significativo sono passati quasi quarant'anni, e sotto il suo burqa la giovanissima Shamsia non si aspettava di essere aggredita mercoledì scorso assieme ad altre 14 ragazze con lo stesso sistema, solo perché era diretta al liceo femminile Mirwais Nika. A dar scandalo, per i due fanatici armati di pistola ad acqua carica di acido solforico, non era l'esibizione del volto, che era nascosto dietro il tessuto celeste. Era scandaloso che a diciassette anni Shamsia non accettasse di tornare al Medioevo, che si ribellasse al destino tracciato dai Taliban, e che volesse studiare come i coetanei maschi. Così l'hanno colpita, sfregiandole il volto e sperando di spaventarne l'animo.
Ma Shamsia è la generazione nuova, quella delle donne che costruiranno il nuovo Afghanistan. "Voglio continuare con la scuola, anche se dovessero uccidermi", ha subito detto dal suo letto d'ospedale: "Ecco il messaggio per i miei nemici: andrò avanti, anche se mi colpissero cento volte". Con tutta probabilità Shamsia se la caverà con qualche brutta cicatrice. Non importa che sia stata un po' di fortuna nella disgrazia, o che sia paradossalmente merito del burqa che l'ha protetta dall'acido. Quello che conta è che indietro non si torna, nonostante la campagna di violenze, nonostante stupri ed esecuzioni sommarie, come quella delle due inservienti di Ghazni, giustiziate per strada in quanto "prostitute" perché lavoravano nella locale base Usa.
Per le donne d'Afghanistan le notizie degli ultimi mesi sono un bollettino di guerra. L'Organizzazione afgana per i diritti umani ha lanciato l'allarme e ha chiesto un intervento del governo: gli abusi sono in aumento e quasi sempre a danno di bambine. Nella provincia di Jowzian fra le vittime di stupro c'è anche una creaturina di due anni e mezzo. A Sarpul la dodicenne Anisa ha subìto uno stupro di gruppo, e la famiglia ha minacciato un suicidio di massa se non avrà giustizia. Ma sull'apparato giudiziario afgano nessuno si illude. Nella provincia di Sar-e-Pul cinque funzionari di polizia sono stati licenziati per non aver indagato sulla violenza a una dodicenne. Abdul Hameed Aimaq, senatore di Kunduz, ai microfoni della Bbc ha sparato a zero: "I tribunali sono corrotti. I procuratori sono corrotti. E nessuno ne chiede conto. Per questo ci sono omicidi, violenze, furti e tutto il resto. In realtà il governo non esiste". Non c'è scampo nemmeno all'interno del matrimonio. Quando le nozze combinate dalle famiglie sono sgradite e i mariti le maltrattano, le ragazze si suicidano dandosi fuoco. I casi sono così frequenti che la Cooperazione italiana ha deciso di finanziare la costruzione di un nuovo reparto ustionati nell'ospedale Esteqlal di Kabul.
Persino i Taliban hanno sconfessato il gesto dei fanatici di Kandahar. Ma per Fawzia Koofì "è stato senz'altro un gesto terroristico. E la cosa più sconvolgente", dice la vicepresidente della Wolesi Jirga, la camera bassa del parlamento afgano, "è che sia successo in una grande città, non in un'area rurale. Questo dimostra che il problema non è l'arretratezza culturale. Il problema è la cultura dell'impunità, la certezza che chi commette violenza contro le donne va incontro a punizioni insignificanti. Il problema è che lo stesso Hamid Karzai ha graziato dopo solo due anni di carcere un condannato all'ergastolo per reati contro le donne".
Ma l'Afghanistan non è disponibile a tornare indietro fino ai tempi dell'apartheid sessuale più totale. La rivolta è fatta di gesti quotidiani e di piccoli passi. Una prova è sulle colline sopra Kabul, dov'è arrampicato il villaggio di Tangi Kalay. Qui padre Giuseppe Moretti ha fondato la "Scuola della pace" badando che fosse aperta a tutti, maschi e femmine, dei villaggi vicini. Le ragazze, racconta il sacerdote, sono un terzo del totale. In compenso la loro frequenza è più assidua, perché le famiglie spesso mandano i maschietti a lavorare. "Quando sono venuto per la prima volta in Afghanistan, nel '77, non c'erano nemmeno i burqa. E' stata una novità triste". Padre Giuseppe è coraggioso: la sua prima elementare è addirittura una classe mista. Perché lui lo sa, e lo dice apertamente: "Il futuro di questo paese è difficile e lontano. Ma è senz'altro in mano alle donne".
GENOVA - Genova è ancora stupita, amareggiata, è di nuovo una città sotto choc dopo la sentenza della prima sezione del Tribunale sui pestaggi alla scuola Diaz, durante il G8 del 2001. Sentenza che ha assolto i vertici della polizia e condannato agenti e due soli dirigenti, Michelangelo Fournier che aveva definito quella notte di botte e violenza, tra il 21 e il 22 luglio del 0001, una "macelleria messicana" e l'ex capo del reparto Mobile di Roma, Vincenzo Canterini.
E, oggi, entrambi parlano e si difendono. "Sono diventato il capro espiatorio di tutto questo casino - dice Canterini, oggi addetto all'ambasciata italiana in Romania -. Sono amareggiato, per me e per i miei uomini. Comunque, andrò fino in fondo, fino all'ultimo grado di giudizio, per dimostrare che non c'entro, non c'entriamo nulla".
Anche Michelangelo Fournier, condannato a due anni controi i 3 e sei mesi chiesti dall'accusa, annuncia che vuole rinunciare alla prescrizione. Dovrebbe scattare a marzo, ma, confermano i suoi legali, Silvio e Rinaldo Romanelli, l'ex capo del VII Nucleo speciale del Reparto Celere di Roma, non è di questa idea. E la stessa strada, rinunciare alla prescrizione, potrebbero scegliere i capi squadra Lucaroni, Tucci, Compagnone e l'ispettore Basili, tutti del primo reparto mobile.
Subito dopo la sentenza, Fournier ha detto ai suoi legali: "Sono sereno, ho fatto quello che ritenevo di dover fare, quando sono entrato, ho cercato di tutelare gli occupanti della scuola, ho interrotto le violenze, ho prestato soccorso a chi ne aveva bisogno". Per questo, ha aggiunto "adesso intendo affrontare con serenità il giudizio di secondo grado, come ho affrontato con lealtà, il processo che si è appena concluso".
Michelangelo Fournier, è stato sentito in aula il 13 giugno del 2007 e lì, di fronte al Tribunale ha ribadito quello che aveva dichiarato ai pm. E cioè che alla "Diaz era successa una macelleria messicana" , un blitz contro 93 ragazzi che dormivano e sono stati pestati e feriti. Pochi giorni prima il 6 e 7 giugno era stata la volta di Vincenzo Canterini. Sono stati gli unici, tra i dirigenti della polizia, a affrontare un interrogatorio in aula, mentre gli altri imputati hanno scelto la strada delle "dichiarazioni spontanee", vale a dire deposizioni
che non consentono il controinterrogatorio, né dell'accusa, né delle difese, e neppure del Trbunale.
Intanto il sindaco di allora, Giuseppe Pericu e quello di oggi Marta Vincenzi chiedono subito una commissione d'inchiesta. E il presidente della Regione, Claudio Burlando parla di "strano ragionamento, pensare che agenti e funzionari abbiano agito da soli, con un blitz contro vittime inermi, senza che i vertici sapessero nulla".
E' tornato nel suo ufficio in Procura, Enrico Zucca uno dei due pm, l'altro è Francesco Cardona Albini, che hanno rappresentato l'accusa. Era in aula, l'altra sera, ha sentito le urla di "vergogna" partite dal pubblico, dai parenti di quei 93 manifestanti. Ora commenta: "Le vittime hanno tutto il diritto di chiedere giustizia, la pubblica accusa ha esercitato il suo diritto di azione penale, nessuno ha diritto ad avere un risultato piuttosto che un altro". Aggiunge il pm, intervistato da Repubblica Tv, "noi abbiamo lavorato e portato una serie di prove, i giudici le hanno valutate". Poi non esclude il ricorso, soprattutto, spiega "permotivi tecnici", ma rinvia la decisione alla lettura del dispositivo della sentenza. Così si torna al verdetto che ha di nuovo infiammato gli animi. L'Anm avverte: "serve rispetto per il lavoro dei magistrati, rispetto e non insulti inaccettabili", ma se l'altra sera qualcuno dal pubblico urlava, "vergogna, ci avete ingannato per sette anni, ve la faremo pagare", ieri i commenti e i giudizi del mondo politico e non solo si sono intrecciati.
E' una "sentenza equilibrata" per Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl; "Adesso sappiamo che in Italia organizzare brutali pestaggi e seminare false prove è considerato un fatto lecito non punibile", ribatte Franco Giordano, ex segretario nazionale di Rifondazione. Maurizio Gasparri, presidente Pdl al Senato: "Si leggono commenti scomposti, qualcuno forse voleva un processo stalinista ai vertici della polizia? Siamo in un pease libero, ci sono state condanne, ma è caduto un complotto e la polizia esce a testa alta da questa vicenda giudiziaria".
Giuliano Giuliani, padre di Carlo ucciso il giorno prima del blitz alla Diaz, il 20 luglio, parlando a Roma a studenti che manifestavano contro il decreto Gelmini, li ha esortati così: "andate avanti, fate crescere l'onda, ma tenete gli occhi aperti, la notte è ancora lunga da passare".
Una nuova crisi incombe su Italiopoli.
Questa volta a farne le spese è la nostra bella scuola; basteranno i tagli all'istruzione pubblica a risollevare le sorti e gli interessi dei privati?
Spietati e decisi, nei panni della protagonista del gioco, il vostro obiettivo sarà far decollare l'Italia senza lasciare a terra studenti e professori.
Sarete in grado di salvare 'capra e cavoli'? :)
Per giocare usate le FRECCE Destra e Sinistra per spostarvi da una parte all'altra del quadro e il CLICK del MOUSE per selezionare gli oggetti da sottrarre alla scuola per far decollare l'aereo.
Ma fate attenzione, oggetti troppo 'importanti' potrebbero far crollare l'edificio facendovi perdere la partita!
GENOVA - Tutto suggerisce che la sentenza sarà letta al più tardi questa sera, in un tribunale che si annuncia affollato e sorvegliatissimo dalle forze dell´ordine. La prima sezione, presieduta da Gabrio Barone, si riunirà in camera di consiglio intorno a mezzogiorno. Per il blitz nella scuola Diaz gli imputati sono 29, tra agenti e super-poliziotti: i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini hanno chiesto la assoluzione di un commissario di cui «non è certa la presenza nell´istituto», e 28 condanne a complessivi 109 anni e 9 mesi di reclusione. Per aver massacrato delle persone inermi, per averle arrestate illegalmente e con prove false.
Sotto accusa ci sono alcuni tra i nomi più noti del ministero dell´Interno: Francesco Gratteri, oggi al vertice dell´Antiterrorismo, Giovanni Luperi, attuale capo dell´Aisi, l´ex Sisde, e Gilberto Caldarozzi, tra i protagonisti della cattura di Bernardo Provenzano. Intanto Fausto Bertinotti racconta una sua telefonata con il capo della polizia di allora, Gianni De Gennaro: "Cosa vuole che faccia, quella non e´ un´ambasciata... Non c´è extraterritorialità. Quello che sta avvenendo è una sorta di controllo del territorio. Non le posso dire altro, ma non mi può chiedere una protezione come fosse un´ambasciata". Bertinotti, che era allora segretario di Rifondazione Comunista, dà la sua testimonianza in un film-inchiesta di Beppe Cremagnani, Enrico Deaglio e Mario Portanova dal titolo "Fare un golpe e farla franca". Un estratto dell´intervista è on line sul sito Repubblica.it.
Stamani saranno presenti molte delle 93 vittime. Tra di loro Mark Covell, giornalista inglese di 40 anni. Che nel 2006, nell´aula del tribunale di Genova, mentre raccontava di come i poliziotti l´avevano quasi ammazzato a calci e bastonate, ha scorto il sorriso sprezzante di alcuni difensori degli imputati. Non riusciva a trattenere le lacrime, e intanto gli altri ridevano. La rabbia, la frustrazione, e un´inquietudine improvvisa: quella di non riuscire un giorno ad avere giustizia.
È così che ha deciso di trasformarsi in un detective. Ha raccolto tutto il materiale video e fotografico della notte maledetta, è tornato nella sua città e con la collaborazione di una quindicina di tecnici ha lavorato giorno e notte a quella che ha ribattezzato la London Investigation. Oggi è in grado di raccontare tutto il percorso fatto dalle molotov. Le due bottiglie incendiarie portate dalle forze dell´ordine all´interno della Diaz dopo il blitz per «giustificare» il massacro e l´arresto, sostenendo che i no-global erano in realtà pericolosi Black Bloc. La «regina» delle prove false. Covell è riuscito ad isolare il fotogramma-simbolo di una delle pagine più nere nella storia della Polizia di Stato: il cortile della scuola, le sagome di due funzionari che si allontanano, e sullo sfondo a sinistra il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso laterale. Di spalle, in borghese, con un casco protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. Il sacchetto con le bottiglie.
Le fotografie sono state depositate recentemente dalle parte civili e non fanno che reiterare le accuse della procura. «Voglio giustizia. Vogliamo giustizia. Perché le cose che sono accadute a noi della Diaz non debbano accadere a voi, un giorno». Mark Covell ? il giornalista, la vittima, il detective ? mostra ora una fotografia dietro l´altra. Indica questo e quel video, analizza ogni secondo di quei minuti drammatici e cita le rare testimonianze degli imputati.
Mette insieme fotografie, filmati e verbali: «Questo è Gratteri che telefona e si avvicina all´ingresso. Ora vedete? Mortola al cellulare. Burgio, l´agente che materialmente porta le molotov fino al cortile della scuola. Poi Troiani che parla con gli altri super-poliziotti. Luperi che mostra il sacchetto. Ed eccolo ancora qui, dentro la scuola: spuntano le molotov, stanno per sistemarle su quel lenzuolo dove metteranno in mostra tutte le cose sequestrate». Luperi giurò di aver chiamato una funzionaria, Daniela Mengoni. Affidò a lei, nel cortile, le molotov. La Mengoni a sua volta disse di averle passate ad un misterioso ispettore della Digos di Napoli. Uno che non fu mai identificato. «Ma la Mengoni non appare mai nel cortile. E anche quella dell´ispettore di Napoli, che nessuno ha identificato, è una sporca bugia».
Eccola la fotografia-simbolo di quella notte maledetta . Inedita. Oscura. Inquietante. È stata estrapolata da un filmato girato da un operatore Rai e depositato dalle parti civili il mese scorso. Nel mosaico riportato qui a fianco, è il quadrato sulla destra in alto. Si riconoscono il cortile della scuola Diaz, le sagome dei funzionari di polizia che si allontanano dopo aver chiacchierato a lungo intorno al sacchetto azzurro con le due bottiglie incendiarie. Sullo sfondo le grandi finestre dell´istituto, le stanze illuminate. E a sinistra - piccolino, cerchiato di rosso - il profilo di un uomo sulla soglia dell´ingresso laterale. È di spalle, in borghese, indossa un casco protettivo. Nella mano sinistra stringe qualcosa. Sì. È il sacchetto azzurro delle molotov. Accanto riporta una didascalia in inglese, perché l´immagine fa parte di un´inchiesta giornalistica della Bbc di prossima pubblicazione: «Naples Digos Inspector entering Diaz Pertini». Si tratta cioè del fantomatico ispettore della Digos di Napoli che introduce materialmente nella scuola le molotov della vergogna, una della prove fasulle - la "regina" delle prove false - con cui la Polizia di Stato avrebbe voluto "giustificare" il massacro e le manette ai 93 no-global. Il documento è paradossalmente eccezionale. Perché da un lato rappresenta il punto di non ritorno della vicenda: ecco come le forze dell´ordine hanno truccato le carte, barato, mentito fin dalla prima ora di quella notte dannata. È tutto vero: fu un pestaggio cinico e bestiale, e i servitori dello Stato preferirono raddoppiare l´orrore - aggiungendo alla carneficina l´ingiustizia della prigione - piuttosto che ammettere le proprie responsabilità, il fallimento. Ma d´altro canto, quella spaventosa bugia è così chiara, solare, che persino alcuni avvocati della difesa nella loro recente arringa la davano per scontata. Alla Diaz abbiamo imbrogliato, embé?
La catena è stata definitivamente ricostruita nel corso di quasi quattro anni di dibattimento e centocinquanta udienze.
L´agente Michele Burgio prende le due molotov - che erano state sequestrate nel pomeriggio durante gli scontri di corso Italia dal vice-questore Pasquale Guaglione, e da lui affidate a Valerio Donnini, padre degli specialissimi nuclei anti-sommossa e capo di Burgio - e nel cortile della scuola le consegna al vice-questore Pietro Troiani. Il funzionario le mostra al collega Massimiliano Di Bernardini. Poi entra in ballo Gilberto Caldarozzi, l´uomo che qualche anno dopo avrebbe partecipato alla cattura di Bernardo Provenzano. Qualche minuto più tardi, il sacchetto azzurro delle molotov è impugnato da Giovanni Luperi e mostrato agli altri super-poliziotti che gli si fanno intorno. E questa, di immagine, la conosciamo bene. Quello che succede dopo ce l´hanno raccontato gli stessi protagonisti in negativo del blitz. Luperi, attuale direttore dell´ex Sisde, ricorda di aver chiamato una funzionaria che stava all´esterno della scuola. Perché mai? Per affidarle il reperto, che pure in quel momento - visti gli sviluppi successivi - aveva una straordinaria importanza investigativa. Bene: Luperi chiama Daniela Mengoni e le dice di avere cura delle molotov. E la Mengoni che fa? A sua volta chiama un sottufficiale. «Credo fosse un ispettore della Digos di Napoli».
Credo, dice. Non ne conosce il nome, non è in grado di riconoscerlo. Nessuno degli ispettori Digos napoletani, rintracciati anni dopo dai magistrati, corrisponde a quello indicato dalla donna. E dunque, con lui e il sacchetto si avvicina all´entrata secondaria della scuola Diaz. Chissà perché. Si avvicina, e gli affida la prova «regina». Le molotov, che il nostro codice equipara ad armi da guerra. La prova intorno alla quale avrebbero poi giustificato l´intera operazione. «Tienile un momento, che devo fare una cosa». Lo molla lì. Quando torna, le bottiglie incendiarie saranno allineate sul lenzuolo che ospiterà il resto dell´"arsenale" sequestrato ai fantomatici Black Bloc della Diaz: i coltellini multiuso, le sottile anime in alluminio degli zaini fatte passare per spranghe, gli assorbenti femminili, la biografia del reverendo Jesse Jackson fatta passare per materiale "eversivo". E i picconi, le mazze rubate da un vicino cantiere.
Una delle regole più note del giornalismo anglosassone è ‘follow the money’, cioè segui i soldi se vuoi capire come realmente funzionano le cose. Nel caso dell’elezione a presidente degli Stati Uniti di BarackObama, è istruttivo applicare quella regola... purtroppo. Il Democratico ha raccolto un gran totale di 640 milioni di dollari per la sua corsa alla Casa Bianca, di cui una larghissima parte dai cosiddetti contributi individuali. Certamente in essi vi è una gran massa di donazioni di singole persone comuni, attivisti, gruppi di volontari, che è innegabile siano stati determinanti per il successo del loro beniamino. Ma non ci è dato sapere quale percentuale di quei fondi proveniva invece da settori un po’ meno ‘puliti’. Ricordo anche, è doveroso, che l'afroamericano ha rifiutato del tutto i contributi federali alla sua campagna elettorale. Quest’ultima nota è di sicuro molto edificante, ma se si dà un’occhiata ad altri dettagli, ahimè, il quadro cambia.
Un primo sguardo ai dati pubblicati dalla FederalElectionCommission americana fa risaltare la presenza dei ‘falchi’ della finanza di Wall Street fra i maggiori gruppi che hanno versato nelle casse del neo presidente, gli stessi che hanno giocato a biglie col futuro economico dell’intero pianeta, fino al collasso di questi giorni: Goldman Sachs, JPMorganChase, Citigroup, Morgan Stanley fra gli altri. Nel paragone fra i due contendenti alla Casa Bianca, Obama batte McCain per 2.938.556 dollari a 2.185.869 ricevuti delle banche commerciali. Quando poi si considerano gli speculatori più selvaggi della finanza americana, e cioè gli HedgeFunds, il presidente nero batte lo sconfitto bianco con un margine notevole: 2.637.578 dollari a 1.561.865. Questo forse spiega uno dei dettagli meno edificanti del passato politico di Obama: il suo voto al Congresso a favore del pacchetto di salvataggio sborsato direttamente dai contribuenti americani nelle tasche di Wall Street poche settimane fa, che non solo costerà sudore e pene a milioni di cittadini per anni a venire, ma che non risolve neppure uno dei problemi strutturali della finanza impazzita di quel Paese.
Proseguiamo. Da notare, fra le righe, quei 34.454 dollari che BarackObama ha intascato dall’industria del tabacco. Non proprio morale per chi si presenta come ‘pulito’, per motivi persino troppo ovvi per essere citati. Ma una bruttissima sorpresa arriva quando si incontrano le voci relative ai colossi farmaceutici: Obama si è preso 1.662.280 dollari da questi giganti della speculazione sulla salute, contro i miseri 579.013 di McCain. La cosa è grave, poiché gli interessi di Big Pharma sono direttamente collegati al mantenimento del sistema Sanitario privatizzato americano, causa di ineguaglianze sociali orrende. Inoltre, visto ciò che le multinazionali del farmaco stanno facendo nel Terzo Mondo, dove negano ancora farmaci salvavita o sconti sui brevetti a tanti popoli disperati, di nuovo si fatica a trovare una moralità in questo aspetto di Obama. Si comincia qui a sbirciare qualcosa della realtà dietro i suoi proclami retorici.
Alla voce Comunicazioni ed Elettronica si rimane di sasso. Il Democratico straccia McCain con una somma ben cinque volte superiore, 21.600.186 dollari contro 4.308.349. La cosa grave in questo caso sta nella comprensione di chi in realtà milita in quella categoria: alcune fra le più micidiali industrie di Guerre Stellari americane, di spionaggio e di intercettazioni. Forse è per questo che Obama votò al Congresso la famigerata legge FISA, quella cioè che permette lo spionaggio di immigrati o di americani considerati ‘alieni’, politicamente scomodi, e che fu aspramente contestata da tutti i maggiori gruppi per i Diritti Civili.
Inoltre, alla voce più specifica sui finanziatori della campagna elettorale provenienti dall’industria bellica, di nuovo Obama batte il Repubblicano, con 870.165 dollari contro 647.313.
Un altro settore di finanziamenti che preoccupa, è quello del comparto salute e assicurazioni. Ho già detto e scritto che la riforma sanitaria ipotizzata dal neo presidente lascia in sostanza le cose come stanno, con solo ritocchi cosmetici. Tradotto, significa che le grandi compagnie di assicurazione rimarranno gli arbitri della salute degli americani, in particolare dei 44 milioni di essi che oggi non hanno alcuna assistenza. I cittadini di quel Paese invocano in maggioranza e disperatamente un sistema sanitario pubblico, gratuito e finanziato dalle tasse, cosa riportata con chiarezza dai sondaggi ma non dalla stampa americana né dalla nostra. Obama ha ricevuto un gran totale di 49.408.792 dollari dal comparto salute e assicurazioni, McCain 33.286.626. Non sono spiccioli, e soprattutto non vengono donati a fondo perduto. Mi state capendo?
Per concludere, si arriva al tema dell’influenza sui candidati da parte delle lobby e delle professioni che contano. BarackObama si è sforzato di rassicurare l’America che lui era il candidato degli interessi della persona media, della famiglia media, ma anche dei poveri, degli svantaggiati. Ok, senza perdere altro tempo ecco le cifre. Gli influenti lobbisti americani e gli studi legali (che negli USA hanno un potere enorme) hanno dato al giovane candidato vittorioso il triplo di quanto hanno dato a McCain: 37.122.161 dollari per il primo e solo 10.765.423 per il secondo. Questi non sono idealisti con lo sguardo perso nelle nuvole, sono personaggi, anzi, rapaci che ci vedono benissimo… Perché hanno premiato Obama?
ROMA - Si chiude la vicenda della presunta compravendita di parlamentari della maggioranza durante l'ultimo governo Prodi. La procura di Roma ha chiesto al gip l'archiviazione dell'inchiesta che vede coinvolto Silvio Berlusconi indagato per istigazione alla corruzione. Secondo l'impianto accusatorio alcuni senatori, infatti, sarebbero stati 'avvicinati', alla vigilia del voto sulla Finanziaria, perché passassero nelle file del centrodestra.
Il provvedimento della procura di Roma riguarda anche il commercialista Pietro Pilello e l'imprenditore italo-australiano Nick Scali. Al primo, considerato un intermediario, era attribuita, assieme a Berlusconi, l'istigazione alla corruzione nei confronti del senatore Antonio Randazzo e di altri parlamentari che sarebbe stata commessa tra settembre e novembre 2007. Scali era stato indagato per lo stesso reato che sarebbe stato compiuto nei confronti del solo Randazzo nel giugno 2007.
In realtà sull'intera indagine era calato il lodo Alfano ma il pm Antonello Racanelli e il procuratore Giovanni Ferrara avevano continuato i loro accertamenti nonostante il gip Orlando Villoni, il 26 settembre scorso, avesse sospeso il procedimento nei confronti del premier e inviato gli atti alla Consulta ritenendo rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del lodo Alfano. Per il gip, infatti, la legge si applica anche alle indagini preliminari, mentre per la procura il lodo Alfano ha valore soltanto nella fase processuale, cioè dopo l'esercizio dell'azione penale.
E' ancora in corso, invece, il procedimento per corruzione, ereditato sempre dalla procura di Napoli, che chiama in causa il premier per le telefonate dell'estate 2007 con il direttore di Raifiction, Agostino Saccà, finalizzate alla presunta raccomandazione di cinque attrici in cambio di un sostegno per un progetto imprenditoriale del manager tv.
Stiamo subendo da circa un anno e mezzo una crisi economica e finanziaria che non ha avuto eguali per dimensioni e diffusione prima d'ora. E tutti sono convinti abbia avuto origine negli Stati Uniti e dagli States sia poi giunta al resto del mondo. Ebbene tale disastro è nato in Gran Bretagna, nella City e, nello specifico, all'interno di numerose società di ingegneria finanziaria. Dobbiamo tener presente che il 90% dei prodotti finanziari, buoni ma soprattutto non buoni, viene studiato e progettato presso queste società finanziarie/bancarie. In questo caso, la causa dei principali mali del mondo è rappresentata dai cosiddetti strumenti derivati, denominati CDO e CDS.
Tali strumenti non sono altro che mutui immobiliari "impacchettati" e trasformati in obbligazioni. Quindi, grazie a questa operazione di "cartolarizzazione" (trasformare in carta un mutuo) tutte le principali Banche hanno potuto vendere a chiunque e all'esterno i debiti immobiliari dei loro clienti. Naturalmente il vantaggio delle Banche stava proprio nel fatto che potevano ottenere ulteriori profitti da queste obbligazioni strutturate: infatti, chi acquistava un'obbligazione garantita da un mutuo immobiliare prestava una certa quantità di denaro per un certo periodo di tempo ricevendo un interesse, garantito dai pagamenti rateali di chi aveva realmente sottoscritto il mutuo.
Si parla anche di mutuo "subprime"per indicare che questo è effettivamente un mutuo a rischio, detto in termini tecnici NINJA (No Income, No Job or Asset = Nessun Reddito, Nessun Lavoro stabile o Garanzia Finanziaria).
Praticamente, il circuito partiva dalle Società di ingegneria finanziaria che progettavano il prodotto, proseguiva poi con le Banche Commerciali (quelle che erogavano i mutui ai clienti) che impacchettavano i mutui e vendevano le obbligazioni alle Banche d'Affari o le collocavano direttamente sul mercato. In questo modo si creava una sorta di circolo vizioso con l'entrata di continua liquidità derivante dalla vendita delle obbligazioni strutturate, liquidità utilizzata per sostenere richieste di nuovi mutui e finanziamenti, e nuovamente per emettere altre obbligazioni strutturate.
Iniziata con gli Stati Uniti (a parte la progettazione avvenuta nella city di Londra) questa prassi è divenuta comune sia in Asia che in Europa tantoché pochissime Banche, anche europee, sono immuni da questo fenomeno.
E questo giochetto, che ha portato enormi profitti "facili" nelle casse delle Banche è andato avanti per anni, sostenuto anche dal continuo sviluppo del mercato immobiliare americano, con aumenti costanti del numero delle case costruite (esiste anche un indice economico basato sul numero dei nuovi cantieri) ed ovviamente con gli aumenti dei prezzi. Ciò ha portato inesorabilmente alla creazione di una bolla speculativa, che è esplosa, negli Stati Uniti, circa un paio d'anni fa, causando insolvenze, mancati pagamenti e rimborsi parziali delle rate dei mutui di massa. Ricordiamo che in America i mutui vengono, almeno venivano concessi ai cittadini con richiesta di minime garanzie e per importi del 100-130% dell'immobile oggetto del mutuo.
Si è assistito quindi al blocco dell'aumento del prezzo delle case e successivamente al suo crollo, non ancora terminato.
Immaginate ora cosa può essere successo dal lato delle note obbligazioni legate ai mutui subprime: chiunque detenesse nel proprio portafoglio questi titoli ha iniziato a venderli precipitosamente, ma con difficoltà perché ormai erano privi di garanzie (i clienti non pagavano più le rate), i prezzi erano scesi profondamente, e le quotazioni furono sospese.
A seguito di questa crisi, diverse Banche americane dichiararono fallimento o pesanti insolvenze (Lehman Brothers, Merril Lynch, AIG, Fannie Mae, Freddie Mac, Mutual Washington, ecc...), costringendo il Governo e la Fed (Banca Centrale Americana) ad interventi di sostegno e salvataggio mediante enormi iniezioni di liquidità.
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rilasciato stamattina( ieri ) alcune dichiarazioni sulla scuola, a margine dell'inaugurazione della Fiera del ciclo e del motociclo, a Rho, in provincia di Milano.
Il premier ha sostenuto che "sulla scuola c'è stata una disinformazione eccessiva e inaccettabile", dato che "il decreto Gelmini non modifica nulla delle cose per cui gli studenti manifestano", e ha stigmatizzato l'uso strumentale dei "bambini per le campagne su stampa e televisione".
Berlusconi ha poi toccato il tema dei tagli di 134 milioni di euro alle scuole private e cattoliche, facendo pubblica ammenda: "Ho una grossa colpa: non mi ero accorto che nella Finanziaria era previsto questo taglio alle scuole private e cattoliche".
Il premier ha fatto autocritica, parlando di "una svista colpevole", e ha concluso, assicurando il suo impegno per evitare questi tagli: "Cercheremo di non togliere i 134 milioni alle scuole private e cattoliche".