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FIRENZE - Nell'attuazione del Piano di rinascita democratica "l'unico che può andare avanti è Berlusconi". Lo ha detto l'ex Gran maestro della P2. Licio Gelli, a Firenze, dove ha presentato il programma tv 'Venerabile Italia'. Gelli sarà protagonista di una ''ricostruzione inedita'' della storia del Novecento in Italia: dalla Guerra di Spagna agli anni Ottanta, dalla P2 al crack del Banco Ambrosiano. La conduttrice e autrice del programma Lucia Leonessi ha raccolto le testimonianze di Gelli a Villa Wanda, di Giulio Andreotti, Marcello Veneziani e Marcello Dell'Utri. Lo stesso Gelli sarà in studio per l'ultima puntata, dedicata alla sua attività di poeta. Le otto puntate da lunedì prossimo fino a dicembre andranno in onda su Odeon Tv.
Gelli, nel corso della conferenza stampa, ha risposto alle domande dei cronisti su passato e presente d'Italia, passando dalla riforma della scuola alla politica, fino alle vicende giudiziarie di Marcello dell'Utri.
Politica. A proposito del giudizio di Berlusconi e del suo Piano di rinascita democratica, Gelli ha chiarito che il premier è "l'unico che può andare avanti non perché era iscritto alla P2 ma perché ha la tempra del grande uomo che ha saputo fare, anche se ora è in momento di debolezza perché usa poco la maggioranza parlamentare". Gelli ha quindi precisato di non condividere il governo Berlusconi "perché se uno ha la maggioranza deve usarla, senza interessarsi della minoranza''. Gelli ha anche commentato il cosiddetto 'Lodo Alfano': "L'immunità ai grandi dovrebbe essere esclusa, perché al Governo dovrebbero andare persone senza macchia e che non si macchiano mai''.
Fini. ''Avevo molta fiducia in Fini - ha detto Gelli - perché aveva avuto un grande maestro, Giorgio Almirante. Oggi non sono più dello stesso avviso, perché ha cambiato''.
Partiti. Quanto ai partiti, ai giornalisti che gli chiedevano se ci sia una forza politica che ha messo in pratica il Piano rinascita democratica, Gelli ha risposto che ''tutti si sono abbeverati, tutti ne hanno preso spunto'', però, ha notato, ''i partiti veri non esistono più, non c'è più destra o sinistra. A sinistra ci sono 15 frange e la destra non esiste. Se dovesse morire Berlusconi, cosa che non gli auguro perché la morte non si augura a nessuno, Forza Italia non potrebbe andare avanti perché non ha una struttura partitica''.
Riforma Gelmini. "In linea di massima sono d'accordo con la riforma Gelmini perché ripristina un po' di ordine", ha detto l'ex Gran maestro della P2. "Il maestro unico è molto importante - ha spiegato - perché, quando c'era, conosceva l'alunno. Poi il tema dell'abbigliamento è importante perché l'ombelico di fuori non dovrebbe essere consentito, e poi la confidenza tra alunno e professore dovrebbe essere limitata".
"Studenti in aula e non in piazza". E a proposito della manifestazioni di piazza "non ci dovrebbero essere, gli studenti dovrebbero essere in aula a studiare - ha sottolineato Gelli -. Nelle piazza non si studia; se viene garantita la libertà di scioperare dovrebbe essere tutelato anche chi vuole studiare, e molti in piazza non ne hanno voglia. Dovrebbe essere proibito di portare i bambini in piazza perchè così non crescono educati".
"Dell'Utri? bravissimo". "Marcello Dell'Utri è una bravissima persona, onesta e di profonda cultura, non credo che sia mafioso", ha detto l'ex Gran maestro. "C'è una sentenza che Dell'Utri si trascina dietro - ha aggiunto - e che sarà tirata fuori al momento opportuno perché tutto è guidato. La magistratura prende decisioni su teoremi e non su prove e su Dell'Utri il processo non ha fatto chiarezza".
Magistratura. "Se oggi in Italia c'è un potere forte, costituzionale, è la magistratura, perché quando sbaglia non è previsto risarcimento del danno".
Stragi e terrorismo. "Le stragi ci sono sempre state e ci saranno sempre perché non c'è ordine: infatti sono arrivate dopo gli anni '60. Se domani tornassero le Br ci sarebbero ancora più stragi: il terreno è molto fertile perché le Br potrebbero trovare molti fiancheggiatori a causa della povertà che c'è nel paese". Secondo Gelli "le stragi sono frutto di guerra tra bande".
Massoneria. "In Italia - ha sottolineato Gelli - poteri forti ora non ce ne sono e non ce ne sono mai stati. Oggi la massoneria non esercita nessun potere. Ci sono tre, quattro comunioni che contano e che dovrebbero chiedere che gli elenchi dei massoni non debbano essere consegnati al commissariato". "La P2 era riservata, non segreta, ed è stata perseguitata per distogliere l'attenzione da altre questioni".
Reazioni. Per Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, è "sconcertante che dal Popolo delle Libertà non giunga una parola a commento delle dichiarazioni di Gelli che, tra le tante cose gravi dette, indica nell'attuale capo del governo l'unico erede del Piano di rinascita democratica". "E' dall'inizio della legislatura che sosteniamo questa tesi: il programma di governo di Berlusconi ed il piano di Gelli sono la stessa cosa", afferma il capogruppo alla Camera dell'Idv, Massimo Donadi. "Tornano i fantasmi del passato ed è inquietante che in vada in onda l'autocelebrazione di Licio Gelli e un nuovo tentativo di inquinare la vita pubblica", afferma Rosy Bindi, del Pd, vicepresidente della Camera.
Albert Kesselring, che durante il secondo conflitto mondiale fu il comandante delle forze armate germaniche in Italia, a fine conflitto (1947) fu processato e condannato a morte per i numerosi eccidi che l'esercito nazista aveva commesso ai suoi ordini (Fosse Ardeatine, Strage di Marzabotto e molte altre). Successivamente la condanna fu tramutata in ergastolo, ma egli venne rilasciato nel 1952 per le sue presunte gravi condizioni di salute. Tale gravità fu smentita dal fatto che Kesselring visse altri otto anni libero nel suo Paese, ove divenne quasi oggetto di culto negli ambienti neonazisti della Baviera.
Tornato libero, Kesselring sostenne di non essere affatto pentito di ciò che aveva fatto durante i 18 mesi nei quali tenne il comando in Italia ed anzi dichiarò che gli italiani, per il bene che secondo lui aveva loro fatto, avrebbero dovuto erigergli un monumento.
In risposta a queste affermazioni Piero Calamandrei scrisse la celebre epigrafe, dedicata a Duccio Galimberti, "Lo avrai, camerata Kesselring...", il cui testo venne posto sotto una lapide ad ignominia di Kesselring stesso, deposta dal comune di Cuneo, e poi affissa anche a Montepulciano, in località Sant'Agnese, e a Sant'Anna di Stazzema.
Lapide ad Ignominia
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre RESISTENZA
Questo discorso di Piero Calamandrei in difesa della Scuola Pubblica ha quasi sessanta anni ma sembra scritto oggi.
La differenza sta nel fatto che quella che Pietro Calamandrei poneva come una ipotesi astratta è diventata oggi, purtroppo, realtà attraverso un "totalitarismo subdolo, indiretto, torbido. come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre ma che sono pericolosissime".
La differenza sta nel fatto che il "partito dominante" ipotizzato da Pietro Calamandrei oggi non vuole neanche "rispettare la Costituzione" ma vuole anzi deliberatamente stravolgerla non rispettando neppure le procedure che i Padri Costituenti avevano posto a guardia della stessa per impedirne lo scempio e andando avanti a colpi di decreti legge come il "lodo Alfano" con il quale si vuole assicurare l'impunità alle quattro, ma soprattutto ad una, più alte cariche dello Stato.
Il tutto in mezzo all'indifferenza o meglio all'assuefazione dell'opinione pubblica ormai soggiogata con l'antico metodo del "panem et circenses" ( ma tra poco resteranno soltanto i circenses) e al disfacimento di una opposizione che, come dice una delle poche voci non omologate rimaste nel nostro parlamento, oscilla ormai tra la "collaborazione e il collaborazionismo".
Se ne sono accorti per fortuna i nostri giovani e la loro consapovolezza, così lontana dall'ottundimento ormai imperante, ha dato vita ad una rivolta trasversale, senza colori politici dato che di quella cosa sporca che è diventata la politica in Italia tanti giovani si vogliono tenere lontani, che ha fatto sentire l'esigenza ad una delle anime più nere della nostra Repubblica di suggerire all'attuale ministro degli interni di adoperare gli stessi metodi da lui adoperati negli anni 70.
Cioè "infiltrare il movimento di agenti provocatori" per fari si che, con il loro aiuto "devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città" per potere cosi poi avere il pretesto di "mandarli tutti in ospedale, picchiarli e picchiare anche i docenti" , soprattutto "le maestre ragazzine".
Verso i ragazzini quello che giustamente un tempo veniva chiamato "Kossiga" deve avere un odio viscerale, basta ricordare quello che diceva un tempo di Rosario Livatino, il "giudice ragazzino", morto per servire lo Stato, non certo lo Stato rappresentato da Cossiga, e perchè lasciato solo dallo Stato, questa volta si dallo Stato rappresentato da Cossiga.
Quello stesso Cossiga che chiamò a far parte della commissione ristretta costituita per l'emergenza del sequestro Moro anche, sotto falso nome, Licio Gelli. Come chiamare Goering a difendere gli ebrei.
A fronte di queste minacce, a fronte dell'incitamento a usare i manganelli contro i nostri figli che lottano per il loro futuro sarebbe una colpa ben più grave delle tante che già ci portiamo addosso per avere consegnato loro questo paese quello di restare inerti, di approvare a parole la loro rivolta ma delegare solo a loro questa lotta.
Lo abbiamo già fatto in troppe altre occasioni con dei magistrati, con dei poliziotti, con dei giornalisti, con tante altre vittime del potere costretti, anche per colpa nostra, a diventare degli eroi.
E' un dovere imprescindibile per noi scendere in prima linea e offire le nostre fronti, i nostri corpi, a quei manganelli che vorrebbero colpire i nostri giovani.
Siamo noi ad esserci meritato questo paese, non loro.
Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950
Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.
Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.
Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"
ROMA - Giulio Andreotti e il ministro degli esteri libico Abdurrahman Shalgam raccontano una storia che più volte è stata scritta, ma mai confermata in modo così chiara e autorevole: il governo italiano avvertì il colonnello Gheddafi che il 14 aprile del 1986 la US Navy avrebbe attaccato Tripoli per punirlo degli attentati che la Libia aveva messo a segno anche contro militari americani in Germania. "Sì, quell'attacco americano era un'iniziativa impropria", ha detto stamattina Andreotti partecipando a un convegno organizzato alla Farnesina, "e credo proprio che dall'Italia partì un avvertimento per la Libia".
In effetti Bettino Craxi, all'epoca presidente del Consiglio, chiese al suo consigliere diplomatico Antonio Badini di avvertire l'ambasciatore libico in Italia, quell'Abdurrahman Shalgam che oggi è il ministro degli Esteri di Gheddafi. E infatti stamane Shalgam ha confermato la storia: "Craxi mi mandò un amico per dirmi di stare attenti, il 14 o il 15 aprile ci sarà un raid americano contro la Libia". Il ministro libico aggiunge che fu proprio grazie a questo avvertimento che probabilmente il leader libico Muammar Gheddafi si salvò. Craxi informò la Libia "due giorni prima dell'aggressione, forse l'11 o il 12 ci disse di stare attenti e che l'Italia non avrebbe permesso di usare il mare e il cielo" agli americani per condurre il raid.
Perché allora, nonostante il gesto italiano, la Libia rispose bombardando Lampedusa, chiedono i giornalisti a Shalgam: "Perché - risponde Shalgam - gli Stati Uniti usarono Lampedusa, la Libia reagì contro gli Stati Uniti non contro l'Italia".
Andreotti e Shalgam stamane partecipavano a un convegno organizzato al Ministero degli Esteri dalla fondazione guidata dall'ex ministro degli Interni Beppe Pisanu. Durante l'incontro il ministro degli Esteri Franco Frattini ha confermato che il governo italiano vuole approvare e poi far ratificare dal Parlamento al più presto l'Accordo di amicizia e partenariato che Berlusconi e Gheddafi hanno firmato a Bengasi il 30 agosto. "Spero che il Consiglio dei ministri adotterà il disegno di legge di ratifica presto", ha detto il ministro. Il processo di ratifica parlamentare dovrebbe poi seguire, secondo il capo della diplomazia, senza particolari ostacoli, perché quella dei rapporti tra Roma e Tripoli è "una questione su cui tra maggioranza e opposizione non ci sarà scontro". Per Frattini stringere i tempi è necessario, non soltanto per un'attuazione rapida dell'intesa, ma anche per dare un "segnale di amicizia" ai libici.
«Come Cossiga insegna». L'immagine che vedete qui sopra è quella di apertura di un video postato su YouTube da «sbirroinfiltrato» che denunciava la presenza di un «tizio sospetto», un infiltrato della polizia - diceva il postatore - alla manifestazione di mercoledì a Piazza Navona a Roma nel Blocco studentesco. Il post su Youtube è stato rimosso, però, quasi subito e le immagini ora non sono più visibili. Il video era in realtà solo un montaggio di riprese già diffuse degli scontri. Mostrava, seguendolo, un giovane, apparentemente del Blocco studentesco, che durante gli scontri stranamente non fa altro che parlare al telefonino e alla fine dei lanci delle sedie parla con un poliziotto mentre gli altri vengono fermati. A sostegno della tesi, il montaggio del video mostrava lo stesso giovane in maglietta blu che si affaccia dalla camionetta della polizia e tiene la portiera aperta agli altri arrestati.
Anche se il video montato non è più visibile, su Youtube sono ancora visibili però altri due post degli scontri che ritraggono lo stesso «tizio sospetto» e la stessa sequenza dei suoi strani atteggiamenti.
Basta seguire il sospetto, l'impressione non è molto diversa da quella che si aveva guardando il video montato da «sbirroinfiltrato».
Festeggiamenti in pompa magna, in tempi di recessione mondiale, per il compleanno di Georg Ratzinger, fratello maggiore di Benedetto XVI. Georg, presbitero e direttore di un coro tedesco, compirà 85 anni il prossimo 15 gennaio e, secondo il settimanale tedesco “Focus”, ha richiesto come regalo la Messa in Do minore di Wolfgang Amadeus Mozart, eseguita nella cappella Sistina, in Vaticano a Roma.
In vista dell'evento, secondo quanto rivelato dal portavoce della diocesi Jakob Schotz al settimanale tedesco, il vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Muller, ha annunciato pertanto il finanziamento del viaggio a Roma di 90 coristi del “Regensburger Domspatzen” e di 37 musicisti dell'Orchestra barocca di Linz, in Austria. La spesa ammonterebbe alla ragguardevole cifra di 100mila euro.
Un vero e proprio schiaffo alla povertà, stando all'organizzazione cattolica “Noi siamo la Chiesa”, che, citando la recente crisi mondiale, ha criticato questa decisione accusando il vescovo di prelevare gran parte del finanziamento dai fondi per le opere religiose.
La spesa, commenta la rivista, sta sollevando polemiche a Ratisbona perché, nonostante la diocesi abbia assicurato che le spese per il compleanno saranno sostenute da donazioni, dalla vendita di cd, ma anche dal bilancio della diocesi, i cui fondi provengono principalmente da tasse e affitti delle proprietà. «Il vescovo Muller dovrebbe pagare le spese prelevando dal proprio conto personale», ha dichiarato la vice presidente dell'associazione religiosa, Sigrid Grabmeier.
INTERVISTA A COSSIGA - «Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei»
PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figurac- cia».
Quali fatti dovrebbero seguire?
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.
Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo?
Ci sono insegnanti che in- dottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere?
«In Italia torna il fascismo», direbbero.«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università.E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».
Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…».
Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente…
«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all`inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com`era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».
Sto cercando di trovare le parole, ho bisogno di parole
Parole convincenti, parole penetranti,
che ti fanno un buco in testa e che poi lasciano frammenti in ogni dove
schizzi di miseria
chiazze di paura
brandelli di sogni e
resti di cultura,
parole come raffiche di mitra in un mercato
o come missili sparati al terzo piano di un palazzo,
che facciano male cazzo,
parole tanto forti da zittire tutto il mondo occidentale,
solo per un attimo, soltanto per provare ad ascoltare,
l’impotenza, il rancore…
parole a fare male, picchiate sulla faccia come calci di fucile
e pugni e sputi e schiaffi, parole… parole a ricordare,
per non dimenticare che lo stato d’Israele si è insediato in Palestina con la guerra, trentacinche anni fa’, e che nun se ne vonno ‘i,
e la grande israel già se chiamma Filastin, e duecentomila ‘e lloro
nun tenevano ‘o diritto ‘e s’insedià, ma quale equidistanza qui
parole partigiane a fare agguati a carri armati che rincorrono ambulanze
parole per cercare di fermare la mattanza
coscienti che farebbero più effetto un po’ di missili anticarro e che in sostanza
parliamo per parlare mentre in Filastin si lotta e muore coltivando la speranza di veder nascere un fiore…
FILASTIN FILASTIN FILASTIN FILASTIN
I WILL CARRY MY BUCKET OF WATER FOR THE FLOWERS OF FILASTIN
FILASTIN FILASTIN FILASTIN FILASTIN
I WILL CARRY MY BUCKET OF WATER FOR THE FLOWERS OF FILASTIN
Tre quatt’ migliara ‘e civili innocenti e sotto a mille creature
Massacrati senza ragione ‘a gli israeliani int’ e’ territorje
Hanno abbattuto seiciento palazzi e deportato ruimila persone
In 15 anni ‘e chella ca loro ‘a chiammano ‘a guerra contro o’ terrore
E o’ lato allà se chiamma Intifada e sta per rivolta rà popolazione
Contro o’ terrorismo ‘e Israele, contro e’ surdate, contro ‘e colonie
Che a chù ‘e trent’anni umiliano a’ gente impedendo la libera circolazione
Aroppo che l’hanno arrubbato ‘a terra, ‘ a voglia ‘e campà,’o lavoro e l’ammore e allora
A’ Paura d’Israele nuje forse nunn’a capimmo, ma poiché nun simmo sciemi ‘a contestualizzammo e nà cosa ‘a capimmo,
capimmo ca n’ommo trattato trent’anni comm’ a n’animale
addiventa nà bestia affamata, impaurita e pertanto feroce e chiena ‘e cazzimma, è normale, è naturale…
E chiù ‘a bestia è feroce, chiù ‘a bestia è o’ padrone
‘ a bestia chiù bestia è sempre ‘o padrone
‘ a bestia è l’impero ca se fa dottrina
a morte la bestia…
viva Palestina
FILASTIN FILASTIN FILASTIN FILASTIN
I WILL CARRY MY BUCKET OF WATER FOR THE FLOWERS OF FILASTIN
FILASTIN FILASTIN FILASTIN FILASTIN
I WILL CARRY MY BUCKET OF WATER FOR THE FLOWERS OF FILASTIN
For over 50 years, blood, sweat and tears, but the struggle for freedom continues, our pride never shall disappear,
the People will never give in, land and freedom for Filastin
cause we know we have the will to keep on existing, keep on surviving
Laken ha hia arty huna Yajibu an auda, ila arty, ila Filastin
Aud min ajli hauiaty mithla jady, qabla an yatrukù Filastin
Audu hurru kay aktaru, an akuna usfuran au akuna shajarah(tun)
Kamà raghiba jady
(Ma eccola là, la mia terra, voglio ritornare nella mia terra, in Palestina.
Tornare per una identità, come mio nonno, prima di lasciare la Palestina.
Tornare, libera di scegliere se essere un uccello, come sempre avrei voluto, oppure un albero, come il nonno aveva sempre desiderato.) Mona Zaarour, 12 anni, campo profughi di Chatila.
FILASTIN FILASTIN FILASTIN FILASTIN
I WILL CARRY MY BUCKET OF WATER FOR THE FLOWERS OF FILASTIN
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In Brasile quando si parla di sicurezza si intende quella alimentare. Il paese governato dal Partito dei lavoratori (PT) sta iniziando a vincere la più importante delle battaglie, quella contro la denutrizione.
Nonostante restino sacche di importante disagio il combinato di cinquanta diverse azioni messe in atto dal governo Lula a partire dal 2003 con il programma “Fame zero”, sta cominciando a produrre risultati e tutti i dati più importanti sono infatti in regressione. La denutrizione cronica, secondo il Ministero della Salute, ma i dati sono confermati da organismi internazionali, è passata dal 13 al 7% della popolazione. Nel Nordeste, la regione più povera del paese, si è passati dal 22 al 6%. Intanto la mortalità infantile si è quasi dimezzata dal 39 al 22 per mille.
Fame zero comprendeva cinquanta diverse azioni, che partivano dagli aiuti diretti a 11 milioni di famiglie e al rafforzamento del sistema delle mense scolastiche (quelle che il FMI ha fatto chiudere a decine di migliaia in tutto il continente) che a pieno regime alimenteranno 42 milioni di bambini e paradossalmente rappresentano il secondo cespite di approvvigionamento alimentare per le famiglie dopo la grande distribuzione. Sembrava tutto lì, tanto che critici anche di grande prestigio considerarono che il PT volesse stabilire un sistema assistenziale/clientelare invece di risolvere realmente il problema della fame.
Ma dopo cinque anni di governo Lula cominciano a maturare dei risultati che possono cominciarsi a considerare un cambiamento strutturale. In particolare il fomento all’agricoltura familiare –che prima veniva considerata residuale- ha portato risultati e i programmi di collaborazione ai piccoli agricoltori quest’anno toccheranno 200.000 piccole aziende agricole. “Tutto è molto lento perché vogliamo che sia associato ad un cambio di mentalità che porti i piccoli agricoltori ad associarsi in cooperative” ha dichiarato alla IPS il funzionario del governo Marcos Antonio Pinto, che si occupa di supportare le piccole aziende agricole. Uno degli aspetti fondamentali in questo senso è l’immissione sul mercato dei prodotti agricoli delle piccole aziende. Oggi sono queste stesse piccole aziende a fornire al governo gli alimenti per i piani più direttamente assistenziali.
Se il Brasile, come del resto l’Argentina, è territorio di conquista dell’agroindustria esportatrice e per i biocombustibili, la piccola agricoltura sta divenendo la spina dorsale della sovranità alimentare del paese. Con appena il 30% del territorio coltivato produce infatti i due terzi dei fagioli (importantissimi nell’alimentazione brasiliana) consumati nel paese e oltre la metà della carne suina e del latte. Questo mette in moto un circolo virtuoso che riequilibra la crescita economica, sta rallentando l’abbandono delle campagne e rivalutando alcune produzioni locali prima penalizzate dalla omologazione alimentare data dall’agroindustria. Se molto resta ancora da fare, per la prima volta la fame è entrata ed è restata al centro delle preoccupazioni del governo e oggi una legge dello Stato stabilisce che il diritto all’alimentazione sia un diritto primario che lo stato dovrà garantire anche in futuro.
Oramai il Messico è il più grande narcostato del mondo, peggio della Colombia. Se in tutto il 2007 i morti della guerra tra cartelli sono stati 2.700, ieri è stato reso noto che nei primi otto mesi del 2008 si è già arrivati a 3.000 morti. Esecuzioni di gruppo, teste mozzate, vere battaglie con armamento da guerra, fiumi di denaro che inquinano la vita pubblica, sono la cifra di una guerra totalmente ignorata dalla stampa italiana. Il Messico così è ormai un inferno dove la popolazione è stretta tra i narcos, la crisi economica e pezzi dello Stato apertamente complici dei cartelli della droga. E intanto il 40% della popolazione (corrispondente agli abitanti della Spagna) pensa seriamente d’andarsene già che il paese, governato dalla destra neoliberale e filo statunitense di Felipe Calderón, da una parte usa senza successo il pugno di ferro e dall’altra è infiltrato profondamente dai narcodollari.
Un messicano su cinque dichiara di conoscere personalmente un narcotrafficante; per quattro su cinque il narcotraffico è già parte della cultura nazionale. Gruppi musicali come “los tigres del norte” o temi come "Contrabando y traición" sono da decenni capostipiti di un genere musicale di successo, il narcocorrido. I narcos hanno perfino un santo protettore, san Jesús Malverde, originario di Sinaloa. Ma la cultura narco non è solo un genere di intrattenimento paragonabile a quello dei nostri neomelodici. Un messicano su dieci dichiara di essere stato vittima di episodi di violenza attribuibili al narcotraffico e uno su tre conosce qualcuno che ne è stato vittima.
Sono dati impressionanti che danno la misura di quanto sia difficile orientarsi nel gorgo nel quale è precipitato uno dei paesi più straordinari del mondo da quando negli anni ’80 i cartelli colombiani cominciarono ad utilizzarlo come via di transito e poi da quando il primo gennaio del 1994 è entrato in vigore il Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, una sorta di colonizzazione dell’economia del paese che si è tradotta in un disastro economico, nello sfacelo delle campagne e nella perdita di posti di lavoro.
I 14 milioni di messicani costretti all’emigrazione da allora e le decine di migliaia di morti delle guerre tra narcos, testimoniano di un progetto di paese, quello neoliberale, che ha fallito clamorosamente e dovrebbe essere abbandonato al più presto. Ma il neoliberismo che ha bruciato letteralmente la vita di una generazione di contadini messicani impossibilitati a competere con la superassistita agricoltura statunitense, costringendoli all’emigrazione o a entrare nelle file della manovalanza del narcotraffico, spesso solo come carne da cannone o spalloni, è solo una delle facce di una delle crisi morali e materiali più importanti nella storia di questo grande paese.
Già negli anni ’20, al tempo del proibizionismo negli Stati Uniti, il Messico aveva sperimentato un aumento della criminalità connessa al contrabbando di alcool. Poi, fino agli anni ’70, era sopravvissuto un piccolo traffico illecito di marihuana e papavero verso il nord. A partire dagli anni ’80 inizia la fase attuale per la quale oggi il 60% di tutta la cocaina consumata negli Stati Uniti proviene o passa dal Messico. Dal ’94 in avanti il NAFTA, il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, è divenuto il fattore detonante della situazione attuale. Il narcotraffico diveniva anche un’alternativa allo spopolamento delle campagne. Oggi un’economia debole, accompagnata da uno Stato debole rendono i proventi della droga la chiave per dominare ed innervare di questi l’economia e la politica del terzo paese più popoloso del Continente, dopo Stati Uniti e Brasile. La guerra messicana e la trasformazione di una delle prime 12 economie al mondo in un narcostato è probabilmente oggi la notizia più sottovalutata dal sistema mediatico, italiano e non solo.